Il basket come strumento per raggiungere l’uguaglianza di genere, l’inclusione delle persone con disabilità e la crescita dei ragazzi, attraverso valori importanti di fraternità e rispetto reciproco. Questo il focus della testimonianza della Sanga Milano nella chiesa di Sant’Antonio. Ad assistere al racconto dei coach della squadra sono venuti centinaia di ragazzi delle scuole, ma anche di oratori e società sportive, che hanno preso parte al «Tour dei valori dello sport», l’iniziativa proposta dalla Fom durante le Olimpiadi e Paralimpiadi dentro il progetto «For Each Other» e ispirata alle Lettere dell’Arcivescovo di Excellence, Friendship e Respect.
La storia
La storia della Sanga Milano è quella di una piccola realtà di quartiere che negli anni si è fatta strada verso il professionismo, fino a diventare la squadra di riferimento del capoluogo lombardo per il basket femminile.
Tutto ha inizio nell’Oratorio San Gabriele Arcangelo in Mater Dei, nella zona di Piazzale Loreto a Milano, nel 1997. Qui vive Franz Pinotti, architetto, che voleva insegnare basket alle proprie figlie, ma non c’erano società femminili nella zona. Così decide di iniziare una nuova avventura in oratorio, fondando la Pallacanestro Sanga Milano, prendendo spunto dal diminutivo usato dai tifosi durante le partite. L’obiettivo non era quello di costruire una semplice squadra di basket femminile, ma piuttosto di «promuovere l’eccellenza sportiva e sociale attraverso il basket, offrendo un ambiente inclusivo e formativo che valorizzi ogni individuo», come si legge nella mission del team. Una realtà espansa fino a costruire il cosiddetto Sanga Mondo, che coinvolge 1.500 persone, suddivise nella squadra femminile, attualmente capolista nel proprio girone di Serie A2, nella squadra inclusiva di Baskin e nelle varie formazioni del settore giovanile, tra cui i Tigers Milano.
In campo e fuori
L’impegno concreto per promuovere pari opportunità e abbattere le barriere tra le diverse abilità, non si manifesta solo in campo, ma soprattutto nei tantissimi progetti sociali portati avanti in questi anni.
Una testimonianza preziosa è quella del fondatore nonché allenatore del team, Franz Pinotti, che è partito dall’Excellence: «Siamo una scuola di eccellenza, ma vincere non è così importante. Pensate in ogni sport quante squadre o atleti partono per vincere e poi ne vince uno solo. Se ogni giorno divento meglio di quello che ero ieri, vuol dire aver già fatto il proprio dovere. Quindi l’eccellenza è una ricerca dentro se stesso delle proprie capacità, delle proprie potenzialità. Lo sport è un laboratorio di vita».
Rialzarsi dopo le sconfitte
Per raggiungere l’Eccellenza bisogna saper perseverare, affrontare le difficoltà sempre con uno spirito positivo e non abbattersi mai, perché nella vita c’è sempre un’altra occasione per proseguire il proprio cammino. In questo lo sport aiuta moltissimo, perché si impara a rialzarsi dopo le sconfitte: «Nella vita non è sempre facile, ecco allora che lo sport aiuta a sviluppare una capacità che si chiama resilienza, questa parola così difficile, che non è altro che provare a risolvere i problemi nel momento in cui accadono».
Per riuscire a fare ciò è indispensabile avere della capacità apprese e sviluppate nel tempo, con un invito chiaro ai ragazzi: «Bisogna studiare, bisogna allenarsi, bisogna lavorare tanto per aumentare le proprie competenze. Solo così si possono superare le tante difficoltà, che anche io nella mia vita ho dovuto superare prima di poter trasformare la mia passione per la pallacanestro nel mio lavoro».

Rispetto e amicizia
Gli altri due valori fondanti dello spirito olimpico sono Respect e Friendship, che hanno una correlazione estremamente stretta secondo Pinotti: «Rispetto vuol dire non solo rispetto degli avversari, ma rispetto anche di se stessi e dei propri compagni. Ognuno ha le proprie capacità e non bisogna mai sminuirlo. Il rispetto porta all’amicizia. Io non voglio che il mio amico sia esattamente come voglio io, come dico io, e che mi dica sempre che ho ragione. Con il confronto si cresce».
Giocare insieme
La seconda parte dell’intervento è stata focalizzata sul Baskin, ovvero il basket inclusivo che si rivolge a tutti, senza distinzioni di abilità, età o genere, che offre la straordinaria opportunità a persone con e senza disabilità di giocare insieme.
La squadra di Baskin del Sanga ha vinto il campionato italiano nel 2015 e nel 2017, con un progetto in costante crescita. Uno sport che è la migliore testimonianza possibile di inclusione, visto che si adatta alla disabilità e non viceversa, grazie a un particolare regolamento che permette a ognuno di rendere al meglio in campo secondo le proprie abilità. Il Baskin è nato a Cremona nei primi anni 2000, nella palestra della Scuola Media Virgilio, grazie all’iniziativa di Antonio Bodini e Fausto Capellini, che cercavano un modo per far giocare assieme ragazzi con disabilità e normodotati.
Questo bellissimo strumento di vera inclusione è stato spiegato ai ragazzi, visibilmente incuriositi, da Matteo Liberti, coach del Baskin Sanga: «Il Baskin è uno sport inclusivo, quindi adattato, che parte dal principio per cui è più importante il punto di partenza rispetto a quello di arrivo. Nel Baskin possono giocare tutte le persone che hanno delle difficoltà nel basket tradizionale, come può essere un giocatore in carrozzina, oppure non poter prendere la palla in mano, o ancora avere delle disabilità cognitive».

Oltre il limite
Attraverso questo sport si possono superare quindi tutte le barriere e andare oltre anche a limiti all’apparenza insuperabili, come Liberti spiega: «C’è un mio compagno che si chiama Alberto, che gioca in carrozzina e non la può muovere. All’inizio aveva un canestro più basso per poterlo raggiungere. Poi però, vedendo gli altri che tiravano sempre da fermi, ma a un canestro più alto, ha voluto iniziare a provarci anche lui. Pensate che si è allenato due volte a settimana per quattro anni, facendo lo stesso esercizio e ora riesce a segnare nel canestro da 2,2 metri».
Anche nel Baskin si possono quindi trovare tutti i valori della Carta olimpica, uniti in un modo unico, come conclude Liberti: «Innanzitutto l’eccellenza perché è uno sport agonistico, ma oltre al risultato, ci insegna soprattutto che bisogna allenarsi al massimo per poter competere. C’è poi l’amicizia, fondamentale in squadra per poter aiutare i compagni e creare un gruppo unito anche al di fuori del campo. Infine il rispetto, che si concretizza nel gesto di passare la palla, che non va fatto in modo casuale, ma tenendo conto delle diverse abilità dei compagni, in modo che ognuno possa riceverla senza difficoltà».



