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Ordinazioni

Delpini ai Diaconi: «Siate testimoni di gioia nella civiltà delle apparenze»

In un Duomo gremito e in festa 22 futuri sacerdoti,16 ambrosiani e 6 del Pime, hanno compiuto l'ultimo passo di avvicinamento all’Ordinazione presbiterale, che per la diocesi si svolgerà sabato 8 giugno 2024

di Annamaria BRACCINI

30 Settembre 2023
Un momento dell'ordinazione dei Diaconi transeunti

La civiltà delle apparenze e il piccolo vaso di creta, fragile, non particolarmente bello né prezioso, che, però, racchiude un tesoro. Quello di coloro che annunciano e devono condividere l’amicizia con Gesù per «non permettere che la civiltà che abitiamo soffra del vuoto e della disperazione». Nella celebrazione solenne dell’Ordinazione diaconale, conferita per l’imposizione delle sue mani e la preghiera, l’Arcivescovo dice così ai moltissimi che gremiscono il Duomo e soprattutto ai 22 giovani candidati al Diaconato transeunte. 16 diocesani, di età compresa tra i 24 e i 36 anni, con provenienze e storie diverse alle spalle – 7 di loro sono laureati – e 6 appartenenti al Pontificio Istituto delle Missioni Estere, due originari della Guinea Bissau, altrettanti del Camerun, uno della Costa d’Avorio e un indiano. Tutti riuniti per questo ultimo passo di avvicinamento all’Ordinazione presbiterale che, per gli ambrosiani, si svolgerà in Duomo l’8 giugno 2024.

Sull’altare maggiore della Cattedrale, concelebrano i membri del Cem, i Canonici del Capitolo metropolitano, i Superiori del Seminario arcivescovile di Venegono, con il rettore, monsignor Enrico Castagna, che siede accanto all’Arcivescovo così come l’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, il superiore generale e il rettore del Seminario teologico di Monza del Pime, i padri Ferruccio Brambillasca e Luigi Bonalumi. Un centinaio i presbiteri che pure concelebrano dal transetto di San Giovanni Bono. Non manca qualche fascia tricolore dei sindaci dei paesi e città degli ordinandi.

Dopo la presentazione e l’elezione dei candidati attraverso il loro “Eccomi”, l’omelia del vescovo Mario – che indossa l’anello pastorale del predecessore Schuster, utilizzato per le Ordinazioni diaconali e presbiterali -, indica la strada da percorrere e il compito dei diaconi in un tempo non facile come quello attuale.

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La civiltà delle apparenze

«Hanno curato la forma, il colore, l’originalità del disegno, i particolari seducenti, allusivi per attirare l’attenzione. Hanno utilizzato materiali preziosi e impegnato ingegno e risorse per suscitare il desiderio, in modo da rendere l’oggetto irrinunciabile per quelli che vogliono esibire ricchezza e dare un segno del loro gusto raffinato. La civiltà delle apparenze luccica dappertutto e la città delle vetrine continua ad esibire bellezza a caro prezzo, impone di presentarsi con il sorriso, di raccontare di risultati e di riconoscimenti, di vantare conoscenze e competenze. La civiltà delle apparenze impone un aspetto fisico secondo i canoni correnti e riempie di complessi chi non è bella o bello come quella modella, quel modello, non è alto, non è simpatico».

Insomma, «hanno curato molto il vaso» – l’involucro esterno di persone e cose – , «ma dentro il vaso c’è una specie di veleno». Infatti, in questa civiltà rumorosa e apparentemente piena di luce «si aggira l’angoscia, il pensiero si smarrisce nella confusione, gli affetti si inaridiscono e si disperano in rapporti che si spezzano, in avventure che riempiono di delusione».

Di fronte a questo nostro tempo, scandisce l’Arcivescovo, «non possiamo restare indifferenti, anche perché non abitiamo su un altro pianeta e dobbiamo vigilare per non essere ingenui di fronte agli artifici della seduzione. La questione non è di fare l’elogio della creta e del vaso fragile, di poco valore, ma di vivere la responsabilità di condividere il tesoro e non permettere che la civiltà che abitiamo soffra del vuoto e della disperazione».

Immediata sorge, allora, la domanda: «Che cosa abbiamo da dire, che cosa abbiamo da dare per offrire speranza a questa civiltà delle apparenze in cui siamo chiamati a vivere la nostra missione? I candidati che ricevono oggi l’Ordinazione diaconale professano la loro fede e incoraggiano la missione di tutta la nostra Chiesa, hanno un messaggio da portare, perché, con la loro missione, sono incaricati di ricordare che abbiamo un tesoro in vasi di creta, l’amicizia di Gesù». Un’amicizia in cui entrare, da coltivare e comunicare.

La vocazione: entrare nell’amicizia con Gesù

«La vocazione di tutti noi è a entrare nell’amicizia di Gesù. Si può dire che questo è l’unico scopo del Ministero ordinato: essere a servizio dell’incontro con Gesù. Perciò i servi che vogliono fare quello che il Signore comanda devono vigilare per non lasciarsi distrarre dalle troppe cose, appassionarsi di mille iniziative e impegnarsi in grandi imprese che distraggono dall’essenziale. Perciò dobbiamo evitare di dare l’immagine del diacono sempre indaffarato, sempre di fretta, sempre preoccupato di dimostrare di essere capace di fare tutto».

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Anche perché il vaso di creta, si potrebbe rompere «se è sballottato di qua e di là» e sarebbe paradossale «che, aiutando gli altri a entrare nell’amicizia di Gesù, i servi ne restino fuori e rimangano solo dei servi, degli operatori che non gioiscono, che non si lasciano trasfigurare dall’amicizia con Gesù».

Condividere la gioia

Soprattutto perché «nella città delle apparenze – sottolinea ancora l’Arcivescovo – la gioia sembra straniera e la città delle apparenze ospita piuttosto i sorrisi artificiosi, le baldorie obbligatorie, le euforie dei divertimenti organizzati», i cristiani sono (o dovrebbero) «essere a servizio di una parola che vada oltre le facciate e le recite per rendere partecipi della gioia che riempie il cuore». Anche se oggi «ci sentiamo tutti così imbarazzati, così inadeguati e maldestri nel condividere la nostra gioia, c’è motivo di gratitudine per il vostro consegnarvi definitivamente alla consacrazione, per essere a servizio della missione ed è motivo di gratitudine la pluralità delle provenienze e le pluralità delle destinazioni», conclude monsignor Delpini, rivolgendosi direttamente agli ordinandi.

«La presenza di candidati destinati al servizio delle comunità della Diocesi e quelli del Pime che saranno destinati a Paesi diversi, ricorda a tutta la Chiesa la missione per tutte le genti. L’imminente assemblea sinodale è il dono che Dio fa a questo momento di Chiesa per incoraggiare la missione, per esplorare le vie per camminare insieme, trasformando la civiltà delle apparenze e delle diseguaglianze scandalose nella città della gioia e della fraternità universale».

Poi, gli impegni degli eletti, con il loro “Sì, lo voglio”, “Sì, lo prometto” pronunciato davanti all’Arcivescovo, le Litanie dei Santi, sdraiati a terra ai piedi dell’altare maggiore, l’imposizione delle mani sul loro capo e la preghiera di Ordinazione, i riti esplicativi con la vestizione degli abiti diaconali e la consegna del Libro dei Vangeli.

E, prima della benedizione finale e del lungo applauso, giunge ancora il grazie dell’Arcivescovo per le loro famiglie, per le comunità di provenienza e che hanno accompagnato il cammino degli ormai diaconi e per i sacerdoti presenti in gran numero, tra cui coloro che sono legati da vincoli di amicizia ai futuri presbiteri. «Voi, come me, avete l’esperienza – dice il vescovo Mario – che c’è una gioia particolarmente grande nel servizio di accompagnare le persone a riconoscere che la vita è una vocazione che sia al matrimonio, alla vita consacrata o al Ministero ordinato. Vi incoraggio a essere sempre contenti e zelanti così da mostrare che è desiderabile diventare preti».

Infine, sotto un sole estivo, la festa che esplode all’esterno della Cattedrale, tra gli immancabili striscioni, il tifo da stadio e il tradizionale lancio in aria dei diaconi.

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