Link: https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/delpini-quello-che-non-si-vede-2880627.html
Speciale

L’Arcivescovo in Brasile

Radio Marconi cultura
Share

Diario/4

Delpini: «Quello che non si vede»

Ascoltando le preoccupazioni del maestro del villaggio indigeno incontrato nel corso del suo viaggio in Brasile, l'Arcivescovo ha raccontato le condizioni di vita della popolazione locale

di monsignor Mario DELPINIArcivescovo di Milano

5 Agosto 2026
La visita dell'Arcivescovo ad una comunità indigena

Il maestro del villaggio indigeno – l’aldea, come si dice qui – condivide con noi le sue preoccupazioni. Sente la responsabilità e ha il compito di custodire la tradizione dei padri, di insegnare la lingua indigena, di vigilare perché sia custodito il patrimonio del Brasile, cioè le sue foreste, la natura, i ritmi di vita.

È preoccupato perché l’introduzione della tecnologia favorisce l’invasione di una mentalità, di uno stile di vita, di un modo di intendere i rapporti con gli altri e con la natura che rischiano di estinguere la tradizione indigena.

La situazione degli indigeni, i loro diritti e i loro doveri, la questione della proprietà della terra, la loro cultura e i rapporti con la cultura “occidentale” sono temi troppo complessi. Noi abbiamo solo fatto una rapida visita in una delle aldeas degli indigeni nel territorio di Grajaù, accompagnati dal Vescovo Giuseppe: abbiamo ascoltato e cercato di comprendere un poco.

Il piccolo gruppo di donne, di ragazze e di bambini presenti in quel momento ci ha congedato con una danza ritmata della tradizione indigena.

C’è una musica o piuttosto un ritmo, quello della natura, evocato da uno strumento semplice, riservato al maestro. Al ritmo di quel suono si battono i piedi: noi non lo vediamo ma il suono, il ritmo chiamano lo spirito e il piede che batte sulla terra rende possibile entrare in comunione con gli antenati.

Ecco: quello che non si vede. L’aldea indigena si vede assediata da coloro che considerano la terra una proprietà da sfruttare: quello che non si vede è che la natura è viva, che le cose non sono cose, ma messaggi, che il tempo non è denaro, ma ritmo per cantare e danzare.

Il maestro del villaggio insegna l’arte antica di considerare la vita non un istante da godere, ma una storia di sapienza, di resistenza, di tragedie e di speranze.

Potranno resistere gli indigeni all’assedio dell’avidità e della prepotenza?

Nella valle di lacrime

I lunghi trasferimenti consentono di attraversare paesaggi che cambiano, fiumi dai nomi difficili da ricordare, valli e colline, per ore e ore.

Si passa, inevitabilmente, attraverso la valle di lacrime. Ogni paese della terra, ogni storia di popoli e di famiglie ha la sua valle di lacrime.

Sono le confidenze dei preti, i racconti dei vescovi, i frammenti di notizie che dicono della valle di lacrime. Qui abbiamo attraversato la valle di lacrime segnata dalla rassegnazione, una specie di fatalismo rivestito di resa e di pazienza.

«Qui c’era una terra che apparteneva a tutti. A un certo punto l’ingegnere mandato dalla multinazionale ha costruito la recinzione. Quelli che abitavano lì da generazioni hanno dovuto spostarsi dall’altra parte del fiume» ci raccontano. «E non si è potuto fare niente?» chiedo. «Che cosa vuoi farci? Sono gli americani…».

«Quando siamo arrivati qui tutte le colline che vedete erano foresta antica, impenetrabile, custode dei segreti della nostra terra. Adesso vedete tutto brullo e quasi deserto. Hanno portato via il legname pregiato, hanno bruciato il terreno. Stanno piantando eucaliptus, la pianta che cresce in fretta e inaridisce la terra».

«E non si può fare niente?» chiedo. «I fazenderos hanno comprato. Sono padroni. Sono potenti. Se protesti, assoldano un pistolero… che cosa vuoi farci?».

La signora si confida con il prete: piange e racconta: «Il mio uomo spesso è ubriaco. Rientra in casa e sfoga la sua rabbia. È violento. Non rispetta neppure la mia bambina…». E il prete risponde: «Dovresti denunciarlo. Dovresti mandarlo via di casa». La donna continua a piangere, ma sembra quasi incline a lasciar perdere: «Che cosa vuole, padre? È un uomo, un macho».

Così nella valle continuano a scorrere lacrime. Chi le raccoglie? Chi asciuga i volti bagnati dal pianto?

Senza meritarlo, senza saperlo

In qualsiasi posto siamo entrati si sono ripetute le stesse manifestazioni di benvenuto, gli stessi riti di accoglienza. Subito dopo i convenevoli, le strette di mano, le presentazioni sommarie, sono comparsi sulla tavola dolci di ogni forma e di ogni sapore, succhi di frutta esotica, rossi, gialli, bianchi. Nelle scuole i bambini cantano canzonette di benvenuto. Nelle chiese le parole di ringraziamento sembrano sempre esagerate e l’applauso è immancabile.

Sulle porte delle chiese e delle comunità sono esposti manifesti per esprimere la gioia che la nostra visita regala alla gente.

Non lo meritiamo affatto. Non abbiamo fatto nulla per questa comunità. I nostri preti fidei donum hanno compiuto imprese coraggiose, intelligenti. Ma noi non abbiamo fatto nulla, non portiamo nulla in dono e io non so neppure parlare portoghese, quindi la comunicazione è piuttosto faticosa e complicata.

Quali ragioni ci sono dunque per manifestazioni così festose e per esprimere una gratitudine e una gioia così condivisa?

Qualcuno dice: è perché sei l’arcivescovo di Milano e una visita così illustre onora queste comunità che si sentono povera gente ai confini del mondo.

Qualcuno dice: è perché i preti di Milano sono così bravi e così apprezzati.

Forse è questo tutto insieme.

Forse è perché c’è un animo capace di stupore e di gratitudine.