«Io vi invito a vivere con il punto esclamativo!». All’Opiquad Arena di Monza, tra ragazze in campo e famiglie, allenatori, atleti delle società sportive e dirigenti sugli spalti, l’arcivescovo Mario Delpini consegna al mondo dello sport un mandato che ha il suono di un’incitazione. È il cuore della serata di lunedì 5 ottobre, che apre la stagione sportiva degli oratori: entusiasmarsi per il bene, trovare il coraggio di dire «basta» a ciò che avvelena il gioco e la vita.
La festa e i dialoghi
La festa comincia con il pallone: dalle 18.30, sui tre campi del parterre, i mini tornei di pallavolo femminile Under 15 mettono in movimento le squadre degli oratori. Tifo dagli spalti, applausi e le esibizioni del gruppo Les Petites Etoiles Monza danno poi ritmo all’incontro, guidato da don Stefano Guidi, direttore della Fondazione Oratori Milanesi. Dopo il saluto del vicesindaco di Monza Egidio Longoni, la Lettera di Delpini diventa il filo conduttore dei dialoghi, nei quali gli ospiti danno un volto agli antidoti indicati all’Arcivescovo.

Da sogni a obiettivi
Mauro Gianetti, già ciclista professionista e oggi alla guida della UAE Team Emirates, racconta il lavoro dietro le vittorie di Tadej Pogacar: «Ci sono 150 persone che investono il loro tempo, la loro passione, il loro lavoro per far sì che un corridore vinca». Anche gli avversari meritano rispetto: «Senza di loro non avremmo mai vinto». Ai ragazzi suggerisce di «ascoltare chi vi dice la verità, non chi vi dice quello che vorreste sentirvi dire». Poi l’incoraggiamento: «I vostri sogni sono la cosa più bella che avete, trasformateli in obiettivi». E ricorda il valore del divertimento: «Non si arriva in alto se non vi divertite a fare ciò che state facendo». Il successo acquista senso insieme agli altri: «Condividete le vittorie, condividete le sconfitte, trovate la forza nell’unione».

Trovare autonomia e fiducia
Con Valentina Munafò, mamma di Max, il traguardo cambia prospettiva. Suo figlio ha la sindrome di Down e altre disabilità. «All’inizio pensavo in grande, volevo il podio, volevo una medaglia», confida. Poi la scoperta: «Non mi interessa che Max vinca, mi interessa che Max possa partecipare». Perché «permettere a un bambino con disabilità di praticare sport significa costruire una squadra attorno a lui». Racconta la felicità di Max quando, dopo aver imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, raggiunge da solo un altro ingresso dell’albergo: «Credo che lo sport possa regalare autonomia e fiducia a tutti». E il traguardo è «esserci e partecipare e sentirsi parte di una squadra».
La promessa dei valori
L’olimpionica di canottaggio Valentina Rodini riporta la passione al centro: «Non lo facciamo per i soldi, lo facciamo perché ci piace». Vestire il tricolore significa assumere una responsabilità: «È una promessa. La promessa che noi rispetteremo dei valori». E aggiunge: «Dobbiamo vestirlo con onore, con impegno, sapendo che dietro c’è una responsabilità». Anche in una barca “vincente” a volte si litiga, racconta sorridendo, ma «non è importante quante volte litighi, ma quante volte fai pace».

Ascoltare ed educare
L’ossessione del risultato interpella Francesca Bosio, giocatrice della Numia Vero Volley: «Tante volte capita di essere ossessionati dai risultati». Una tensione da governare: «Cerco di viverla in maniera sana». Alessandra Marzari, presidente del Consorzio Vero Volley, allarga lo sguardo: «Lo sport è veramente un linguaggio che si può capire bene indipendentemente da tutto, a volte anche dalla lingua che si parla». Educare significa coinvolgere le famiglie: «I genitori vanno coinvolti, un pochino educati, ma bisogna lasciar loro la possibilità di essere ascoltati».

No a indifferenza e mediocrità
Delpini raccoglie queste voci e rilancia. Il punto esclamativo esprime anzitutto stupore: «La vita è uno splendore, è una sorpresa, è un incanto, è un entusiasmo». È il «che bello» per ciò che nasce insieme a compagni, allenatori e genitori. Ma è anche lo sdegno: «Basta con la guerra, basta con lo sperpero, basta con l’inquinamento». La passione non può cancellare la famiglia, il catechismo, i poveri. «Non siamo chiamati a vivere l’indifferenza, non siamo chiamati ad accontentarci della mediocrità». «Lo sport è come il punto esclamativo della vita», dice l’Arcivescovo.
Sul campo, la finale dell’Archbishop Cup 2026 vede OFM Milano imporsi sulla Polisportiva Bernate Arcore. Ma la festa è per tutti: l’Arcivescovo premia le ragazze delle squadre partecipanti, che ricevono la medaglia e posano per le fotografie. Un gesto che traduce il messaggio della serata: riconoscere il valore della vittoria senza ridurre lo sport alla sola vittoria. A tutti resta l’invito di Delpini a vivere con «il punto esclamativo, per dire “evviva che bello” e il punto esclamativo per dire “basta è ora di finirla”». Perché «niente si appiattisca nella noia e nella banalità». È questo il gioco di squadra per cui la Lettera ringrazia chi rende lo sport accessibile a tutti, e rende «più abitabile il mondo e più desiderabile vivere». E così tiene vivo e salva lo sport, nel nostro tempo e nel nostro territorio.




