Sirio 20 -25 maggio 2024
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Milano

Delpini: «È venuto il tempo in cui smettere
di essere discepoli timidi e confusi»

Il Vicario generale ha presieduto in Duomo la quarta Via Crucis, che ha fatto seguito alla Veglia di preghiera per i martiri di oggi celebrata nella Basilica di Santo Stefano, e che ha concluso l'itinerario catechetico quaresimale

di Annamaria BRACCINI

24 Marzo 2015

La «terribile ingiustizia» di chi uccide l’innocente con un atto che non può che essere «vigliacco». Il «vergognoso silenzio e l’omertà» di chi copre o ignora il sacrificio dei martiri cristiani di oggi – molto più di quelli dei primi secoli -, «mentre è solo la libertà a farci liberi». Mentre in centinaia si avviano al Duomo dalla basilica di Santo Stefano Maggiore, dove si è appena celebrata la Veglia di preghiera in memoria dei martiri di oggi, sono questi i pensieri che tornano alla mente, attraverso le parole della riflessione del vescovo ausiliare monsignor Paolo Martinelli.

A trentacinque anni esatti dall’assassinio sull’altare dell’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero e a poche settimane dalla sua beatificazione il 23 maggio, la Veglia è un modo per ricordare la coraggiosa e preveggente denuncia che risuona dalla sua stessa voce, e per pregare, tra canti in più lingue, ascolto della Parola di Dio e silenzio, sull’attualità. Quella segnata dal dramma dei cristiani – e non solo – che in Medio Oriente sono spogliati di tutto, come racconta in un’accorata videotestimonianza monsignor Shlemon Warduni, ausiliare dei cristiani caldei di Babilonia.

La figura mascherata che improvvisamente fa irruzione davanti all’altare e rompe, con una scimitarra, un vaso pieno d’acqua mandandolo in frantumi, diviene l’emblema del «corpo che può essere annientato, ma anche dell’acqua che si spande nel terreno e lo rende fertile». Come è appunto per il martirio, «riscattato dalla misericordia e dal perdono che chiama alla responsabilità radicale per il Vangelo che ci è stato dato», dice ancora monsignor Martinelli, cui sono accanto il Vicario generale monsignor Mario Delpini e il vicario episcopale monsignor Luca Bressan.

Ed è proprio monsignor Delpini (che porta anche il saluto del cardinale Scola impegnato a Roma al Consiglio permanente della Cei) a guidare in Cattedrale la IV e ultima Via Crucis del cammino catechetico 2015, che col titolo “L’attrazione universale” ripercorre la XII, la XIII e la XIV Stazione. In Duomo, oltre ai partecipanti alla Veglia, ci sono i fedeli delle Zone pastorali V (Monza) e VII (Sesto San Giovanni), con i rispettivi Vicari, Garascia e Cresseri, e gli aderenti a Legio Mariae, Opus Dei, Agesci, Movimento Apostolico e Legionari di Cristo.

Le riflessioni di Olivier Clément, Dietrich Bonhoeffer e Gesualdo Bufalino orientano l’omelia del Vicario generale nel rito che – scandisce – è un rimprovero «per noi discepoli timidi, confusi, smarriti, indaffarati in molte cose, preoccupati di giustificare la sopravvivenza del cristianesimo per la sua utilità sociale, frenetici di buone iniziative, per soddisfare molti bisogni eccetto il bisogno più universale e decisivo, più inquietante e represso, la speranza di vita eterna, così che le opere restano mute e la carità reticente; discepoli complessati, aggressivi e presuntuosi, esibizionisti».

Eppure, comunque, figli abitati dalla speranza di Colui che attira tutti a sé, «non per proselitismo, per estendere un dominio, per costruire uniformità delle culture o omologazione delle religioni», ma perché, appunto, Gesù è morto per ognuno di noi. «Credenti e non credenti, i buoni e i cattivi, quelli che lo onorano e quelli che lo bestemmiano, quelli che costruiscono chiese e quelli che le distruggono, i cristiani e i fedeli delle religioni antiche e moderne».

Per questo esiste la Chiesa – nota Delpini -, perché tutti sappiano di questo amore universale, anche se «la storia sembra smentire la volontà del Padre» e «pare che molti preferiscano morire disperati piuttosto che credere a una promessa che suscita speranza,  e sembrano trovare più interessante andare altrove, piuttosto che volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto; molti apertamente fanno guerra e insultano e gridano che sia messo a morte colui che il Padre ha mandato e, insieme con lui, anche coloro che si associano alla sua missione» che può apparire, così, «fallimentare». E se «l’ottusità umana pensa che si possa mettere una pietra sopra la volontà di Dio», c’è comunque e sempre il «passaggio spaventoso e tremendo della morte» che rivelerà la vita eterna, come «compimento della promessa».

Per questo, nel giorno in cui si ricordano i martiri missionari e monsignor Romero, «è venuto il tempo in cui smettere di essere discepoli timidi e confusi». È il tempo di mettersi in cammino, ogni giorno e ovunque, per dire «che la volontà del Padre è che tutti possono salvati» da quella Croce e quel Crocifisso risorto che attira tutti a sé.

La Via Crucis andrà in onda in replica venerdì alle 21 e sabato alle 7.15 su Telenova 2.

Il pianto silente dell’angelo

Soltanto quei chiodi in primo piano, in basso a destra, ricordano l’atrocità di quanto è successo. Un uomo, innocente, è stato appeso alla croce: Gesù, il Nazareno, il re dei Giudei, come annunciava l’insegna appesa al patibolo. Ma ora tutto è quiete, tutto è silenzio in questa Pietà attribuita a Giulio Cesare Procaccini, scelta come “icona” della quarta e ultima tappa dell’itinerario catechetico di Quaresima. Un angelo, a sinistra, le spalle nude a mostrare l’attaccatura delle ali, piange sommessamente, inginocchiato davanti al corpo deposto di Cristo. Un corpo ancora intatto, vigoroso, atletico, che non sembra neppure avere subito l’oltraggio della flagellazione, né l’orrore della crocifissione. Ma in cui, tuttavia, non vi è più vita, come rivela il pallore della morte e le labbra ormai esangui. Alle spalle, il Figlio dell’Uomo è sorretto da un’altra figura angelicata, che taluni avevano identificano nella Vergine, altri in Maddalena, ma che più probabilmente è proprio Giovanni, l’amato discepolo, che il Procaccini, maestro di eleganza, ritrae in una posa pensosa, paradossalmente sereno, concentrato nella meditazione tutta interiore su quei fatti, straordinari e terribili, di cui è stato testimone, dal Cenacolo al Golgota. E di quanto ancora deve avverarsi, secondo l’annuncio del Signore. L’opera, gemma del Museo Diocesano, è capolavoro maturo di Giulio Cesare, bolognese che a Milano trovò fortuna, ben interpretando il gusto borromaico, e che si spense a soli 50 anni nel 1625.
Luca Frigerio