L’Arcivescovo ha dialogato con gli universitari cattolici raccontando il Sinodo, come ha già fatto con gli Scout e come farà con gli studenti del Politecnico

di Annamaria Braccini

Fuci

Un Sinodo che, anzitutto, dice quanto i Vescovi – e in primis il Papa – si interessino dei giovani. E poi il tratto distintivo dell’assise: l’ascolto. A spiegare l’andamento dei lavori del Sinodo sui giovani e il discernimento vocazionale, è stato l’Arcivescovo, che ha parlato agli universitari della Fuci e ai loro coetanei del Decanato Città Studi, riuniti presso l’oratorio della parrocchia San Pio X. Erano presenti, tra gli altri, il responsabile della Sezione diocesana Università don Marco Cianci, don Fabio Riva (responsabile Fuci), il decano don Gianluigi Panzeri, Lorenzo Cattaneo (presidente della Fuci diocesana) e la presidentessa nazionale Gabriella Serra. Un dialogo a tutto tondo sul Sinodo, così come monsignor Delpini aveva già fatto, nei giorni scorsi, con i ragazzi e gli educatori Scout della Diocesi e come farà con gli studenti del Politecnico giovedì 8 novembre.

Ma cosa significa questo interessarsi a giovani che, spesso ormai, faticano «a ritenere la Chiesa come la loro casa» perché non si sentono coinvolti dalle celebrazioni o nella vita ecclesiale? Vuol dire, appunto, ascoltare perché «loro stessi dicano cosa pensano e cosa si aspettano dalla Chiesa. Ascoltare non è stare in poltrona, ma è una relazione che richiede, da una parte, l’impegno e la disponibilità dei giovani a migliorare la Chiesa e, dall’altra, lo sforzo di capire. Porsi l’interrogativo su come siano le nuove generazioni implica una domanda teologica».

Chiaro che non sia – in un contesto come quello sinodale – questione di indagini o di statistiche. «Dio vede i giovani come gente chiamata alla verità e alla santità» nella logica della vocazione. Il padre sinodale monsignor Delpini ricorda le molte differenze emerse durante la discussione, con Vescovi di terre che registrano poca partecipazione giovanile e Pastori di zone del mondo in cui i ragazzi trovano nella Chiesa uno – e forse l’unico – spazio di valorizzazione. «È qui che entra in gioco l’accompagnamento e l’orientamento vocazionale per aiutare i ragazzi a fare delle scelte», tanto che dal Sinodo è nata, seppure in modo sfumato, la proposta che ogni giovane abbia la possibilità di vivere il discernimento attraverso una sorta di anno di servizio, di preghiera, di riflessione sul genere delle Settimane comunitarie che proprio la Fuci sta per iniziare. Questo, suggerisce l’Arcivescovo, è il tratto che unifica le molte differenze, non solo relative all’area geografica, ma anche alla condizione personale dei singoli, perché è evidente che in Occidente la categoria dei giovani arrivi magari fino ai 30 anni, mentre nel Sud del mondo a 15 spesso si hanno già responsabilità di lavoro e familiari.  

Il dialogo

Arrivano poi le domande degli studenti: «Chi siamo noi e per chi sono io?». «È importante la domanda, ma fondamentale è l’interlocutore – osserva Delpini -. A me sembra decisivo che noi possiamo dialogare con Dio. Quello che è emerso, nel Sinodo, è il tema radicale della fede. Il Signore non è Colui che invochiamo come un “pronto soccorso”, capace di intervenire quando le nostre forze sono inadeguate, ma è la risposta alla domanda vera». Il riferimento – «dovreste impararla a memoria» – è alla Lettera agli Efesini, «che esprime bene che siamo nati per corrispondere alla vita di Dio nelle condizioni in cui siamo. L’accompagnamento della Chiesa dice che siamo fatti per ciò che può diventare la vocazione a una missione da compiere».

Una ragazza chiede quale sia stato «l’ambito nel quale i Vescovi hanno provato più imbarazzo». Ovvio che, con la presenza di 260 Vescovi di ogni Continente, anche qui le differenze si siano fatte sentire, «ma una cosa comune a tutti è stato constatare, nei giovani, la dipendenza da internet per capire cosa accade nel mondo. Ciò non facilita l’interazione». Poi, il tema delle migrazioni, «avendo problemi di nazioni impoverite o in guerra da cui giovani, anche cristiani, partono o scappano, e non dimenticando le difficoltà che essi incontrano all’arrivo nei nostri Paesi dove, magari, un ingegnere fa le pulizie o consegna le pizze». Infine, il capitolo legato alla sessualità e al genere, «un tema sensibile, complesso sul quale, tuttavia, ci siamo espressi di meno».

Un fucino domanda del «corpo e dell’affettività, della donna e di come il Documento finale del Sinodo si sia espresso sulla condizione dei single». «Le tesi sostenute sono quelle che potete leggere nel Documento. Interessante notare che, mentre normalmente si registrava una grandissima maggioranza di placet, su questi punti si sia abbassato significativamente il consenso, pur approvando le mozioni a maggioranza importante. Questo dice che ci sono alcuni capitoli, come quello della sessualità e della donna, sui quali la sensibilità culturale è molto differente. Riguardo ai single chiamati a vivere da cristiani, io ho una mia teoria: non mi pare giusto applicare la parola vocazione alle singole scelte di vita. Vocazione indica, in senso proprio, la chiamata di Dio a essere felici, mentre le scelte sono dettate, spesso, dalla vita. L’imbarazzo sui single viene dal definire vocazione questa condizione: l’importante è vivere il proprio carisma non come egoismo».

Cruciale rimane la sfida di declinare tutto ciò a livello locale: «Non bisognerà fermarsi al Documento che, formalmente consegnato al Papa, è pubblico. Per esempio, a livello diocesano abbiamo lo strumento del Sinodo minore “Chiesa dalle Genti”, che può essere applicato anche ad altri ambiti. Da noi, già da diversi anni, la pastorale giovanile è pastorale vocazionale ed è in atto una riflessione sugli oratori. Prendendo spunto dal Sinodo minore potremmo avere altre sollecitazioni: offritecele. Siate apostoli dei giovani tra voi giovani».

In ultimo, si parla dell’apporto del Presinodo, con il lavoro preparatorio e l’assemblea dei 300 giovani convocata dal Papa prima dell’assise vera e propria. «Il lavoro pre-sinodale è stato determinante: basti pensare che ai questionari on line sono arrivate 150 mila risposte (l’Uganda è il Paese da cui ne sono pervenute il maggior numero: 16 mila). Questo ha dato origine all’Instrumentum laboris che ha segnato molto, anche troppo, il lavoro». «Cosa porto a casa? Voi siete i veri evangelizzatori dei vostri coetanei perché la fede passa per le dinamiche relazionali di base, attraverso gente che si trova a vivere nello stesso ambiente. Quindi, si tratta di avere il senso della responsabilità della fede, di un prendersi a cuore i fratelli che non è solo curare le ferite. Quello che manca è la speranza: oggi le domande le hanno tutti, ma se non c’è un Dio che risponde, vado su internet? I giovani cristiani, talvolta, sono un poco afoni. Seppur bravi, generosi, non sanno dire da dove nasce la speranza. Siamo destinati alla vita eterna, è questo che avete da condividere, senza fare prediche».

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