Nella sua recente visita al Coe l’Arcivescovo ha auspicato la creazione di sinergie tra realtà come il Centro di Barzio, l’università, la moda e la finanza, apparentemente distanti e invece potenzialmente capaci di un dialogo proficuo. Con un occhio di riguardo per il mondo dei giovani e la sua dimensione vocazionale

di Annamaria Braccini

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L'Arcivescovo al Coe

Nessun insegnamento è importante quanto la realtà. Per questo, l’Arcivescovo – rispondendo alla richiesta di rinnovate sinergie tra la Diocesi e il Centro di orientamento educativo, espressagli dal presidente André Siani in occasione della visita di monsignor Delpini a Barzio per i 60 anni dell’Associazione fondata da don Francesco Pedretti (scomparso esattamente vent’anni fa) – fa subito riferimento alla concretezza di esperienze che possono rivelarsi utili nel confronto tra realtà apparentemente molto lontane. Così, per esempio, il Coe – laboratorio culturale e formativo nato tra le Grigne – e il quadrilatero della moda milanese famoso nel mondo possono apparire distanti anni luce. Ma sono appunto il villaggio globale e le prospettiva di modelli alternativi di sviluppo che possono fare rete, spiega l’Arcivescovo: «Rappresento qui la Diocesi, ma mi sento anche del Coe – dice infatti -. Ho sperimentato che la Chiesa ambrosiana facilita la possibilità di collegamenti, constatando più volte che, su invito del Vescovo, si possono realizzare incontri con mondi diversi. È in questa logica che possiamo trovarci alleati».

Da qui alcuni auspici che sono già vere e proprie proposte, perché «il Coe, per il patrimonio culturale che custodisce, può spingersi oltre la sua consueta attività». Il pensiero va immediatamente alla Milano città universitaria. «Come il Coe può aiutare gli universitari a non essere ingabbiati nel curriculum accademico, tanto da non accorgersi che vi è un mondo oltre i loro studi?». E ancora: «Come intercettare la moda interagendo con questa enorme macchina produttiva?». Chiara la risposta. «Il Centro ha una capacità di assumere le culture dei popoli» e, dunque, di far conoscere altre tipologie di vita e di costume.

Poi la Milano della finanza, «a cui mostrare le possibilità di un’ecologia integrale – come indica il Papa -, ossia di un ripensamento dell’aspetto economico e produttivo della società contemporanea, per seminarvi un’intuizione di alternative rispetto al profitto e alla pressione dei gruppi finanziari». E, infine, la vocazione specificamente educativa del Coe in relazione alla questione giovanile, definita «trepida»: «Si tratta di vedere come recepire e rivedere ciò che si fa per i giovani nella prospettiva del Sinodo e dell’Esortazione postsinodale Christus vivit. Il tema del volontariato internazionale può avere un’attrattiva particolare e credo che tali scelte vadano valorizzate nel contesto della Pastorale giovanile. Il volontariato ha una potenzialità vocazionale. Ciò che può qualificare la vita di un giovane è la prospettiva vocazionale, cioè vivere la vita come risposta non mondana, incoraggiando la domanda su chi si è».

Ovvio, in tutto ciò, anche l’apporto che il Coe può dare alla realizzazione sul campo del Sinodo ambrosiano “Chiesa dalle genti”: «Siamo in un momento storico nel quale dobbiamo avere la consapevolezza di essere una Chiesa locale che non parla solo italiano e dove non vi sono ospiti».

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