Dal momento straordinario del catecumenato, “all’ordinario” della vita cristiana, proprio perché «il bello viene dopo».
Non è un caso che si intitoli così l’incontro che, tradizionalmente, vede riuniti i giovani e gli adultiche, dopo un cammino di formazione biennale, riceveranno come il battesimo, la confermazione e la prima comunione, nella Veglia pasquale o nei giorni successivi. 101 quest’anno, i catecumeni diocesani, 68 donne e 33 uomini; 35 italiani e 17 di altri Paesi europei (12 albanesi, due francesi, due spagnoli, uno della Repubblica Ceca). Oltre ai 52 europei, 18 nati in Africa, 22 in America e 9 in Asia. L’età dei catecumeni 2026 è compresa tra i 16 e i 70 anni, gli under 30 sono quasi la metà (44%), con un incremento, negli ultimi anni, continuo e la crescita, in proporzione, dei catecumeni di nazionalità italiana.
Le testimonianze
Dopo un intero pomeriggio di lavori di gruppo, svoltisi presso il Centro pastorale di via Sant’Antonio, i candidati si ritrovano, così, tutti insieme per una sorta di momento di formazione finale con il vescovo Mario, alla presenza di coloro che li hanno accompagnati nel percorso, dopo aver riflettuto su come si possa proseguire il cammino e cosa spettarsi dalla comunità – come viene chiesto ai catecumeni-, mentre agli accompagnatori si domanda «come aiutare i nuovi cristiani a inserirsi nella vita della comunità e cosa loro possono donare a tutti».

Accanto a monsignor Delpini ci sono il responsabile del Servizio per la Catechesi e della Sezione del Catecumenato, don Matteo Dal Santo e il vicario episcopale di Settore, don Giuseppe Como, ma anche due catecumene che – come gli altri neofiti – hanno inviato, nei mesi scorsi, le loro lettere all’Arcivescovo per raccontarsi e raccontare la scelta di divenire cristiani. Così come fa, prendendo la parola, Samira, un’artista di origine spagnola 45enne nata in una famiglia di madre cattolica e padre non credente, che pur essendo cresciuta secondo i valori cristiani, ha compiuto un lungo e, a tratti, doloroso, cammino personale. «Ho fatto viaggi che hanno causato in me un interesse sempre maggiore per le religioni e per anni mi sono sentita unita a un Dio che non conoscevo, ma a cui scrivevo. Dopo i trent’anni – spiega –, decisi di ripresentarmi a Dio, che così è diventato il lettore silenzioso del mio diario. Nel 2022 ho incontrato Valentino, il mio compagno: ormai mi sentivo cattolica, ma non avevo mai pensato di regolarizzare la mia situazione. Poi, cominciammo a pensare di sposarci, e l’idea del battesimo ha iniziato a entrare nella mia testa. Avevo voglia di battezzarmi e, affiancata dalle persone giuste, ho camminato: dovevo ricevere il battesimo già l’anno scorso, ma non ero pronta anche per la morte della madre. Ho sempre trovato, però, una Chiesa aperta a tutti, senza bigottismo. Mi sento accolta e ora è come se stessi per vincere un megapremio».
Parole a cui fa eco Gabriela 17 anni, albanese con una famiglia non praticante, ma nel cui animo l’oratorio ha lasciato «un seme silenzioso», come dice. «È da quella curiosità infantile che è scaturita in me la scelta adulta articolata in più momenti, come l’accoglienza nella mia comunità parrocchiale a Somma Lombardo. Non voglio più essere spettatrice della fede, ma protagonista. La prima grande grazia che ho ricevuto è stata la pace e di accettarmi. L’accoglienza è sempre stata stupenda e mi sono sempre sentita a casa».
Essere cristiani nella gioia
«Mi convinco sempre di più che la nostra è una Chiesa dalle genti e io voglio incoraggiare questo momento di gioia che è come una carta di identità, un modo di presentarsi», sottolinea subito l’Arcivescovo che continua. «La prima cosa che vedo quando incontro un cristiano è di riconoscerlo dalla gioia come si riconosce qualcuno dalla divisa che porta. La gioia che non è un’euforia stupida, ma è la dimora dello Spirito santo in noi. Questo è un tema decisivo, ma qualche volta mi pongo delle domande quando incontro cristiani che sono tristi, lamentosi, scontenti. Certo, la Chiesa non è fatta di persone esemplari in tutto, da santi, ma da santi peccatori, da persone buone ma non perfette. Penso che ci si debba aspettare una Chiesa non perfetta, ma umana. Accettate le imperfezioni degli altri e vostre: il Signore Gesù ci chiama a essere dentro a questo gruppo di discepoli che ci è dato. Ricordiamoci che anche Gesù non era sempre contento dei suoi discepoli».

Ma è vero che il bello viene dopo, e a quali condizioni sarà bello essere nella Chiesa?
«A tre condizioni», risponde il vescovo Delpini. «Anzitutto, bisogna conoscere il pensiero di Cristo, come si legge nella I Lettera ai Corinzi. Questo crescere nella conoscenza di Gesù, è necessario, sia nel rapporto personale, sia nella preghiera, sia nel rapporto che il Signore ispira. Gesù si conosce nell’intimità di un’amicizia, nella lettura del Vangelo e negli insegnamenti della Chiesa».
Avere il pensiero di Cristo
E, qui, arrivano alcuni affondi importanti. «Mi pare che troppi cristiani, oggi, non abbiano un pensiero cristiano, anche se sono gente buona: per esempio, noto come vi sia spesso una sorta di delusione nei confronti di Dio, magari davanti a eventi dolorosi. Questa è una mentalità pagana, perché si immagina un Dio che non esiste. L’unico che conosce Dio è Gesù e noi lo dobbiamo conoscere attraverso lui», scandisce monsignor Delpini. Chiediamoci, inoltre, verso dove stiamo andando – se crediamo, verso la vita eterna, mentre oggi sembra di cattivo gusto parlarne – e cosa c’entri lo Spirito santo con la nostra vita. Lo Spirito non è un aiuto per realizzare quello che abbiamo in mente, quasi un supporto alle nostra scelte, è all’inizio delle nostre scelte, trasformandole in una risposta alla chiamata del Signore e qualificando la nostra esistenza come un dono».
Essere pietre vive e ardenti
Poi, la seconda indicazione per vivere a pieno il bello che viene dopo. «Essere pietre vive nella Chiesa, presenze che danno una mano con altri cristiani facendo parte in modo attivo di qualche aspetto della vita della comunità. Così si costruisce una dinamica comunitaria più costruttiva e attiva. Andate contro la pigrizia e l’anonimato», osserva rivolgendosi direttamente ai presenti.

Infine, «sarà meglio dopo se il cuore resterà ardente, appassionato, innamorato. Ma come custodire l’ardore? Essendo docili allo Spirito con quel grande aiuto che è l’accompagnamento spirituale di una persona che sia un punto di riferimento anche dopo aver ricevuto i sacramenti. Senza dimenticare la Regola di vita scritta con l’audacia di definire il proprio profilo cristiano con originalità». E il vescovo Delpini, così, prima della recita corale del Padre nostro e la benedizione, legge il brano di Filippesi 4, 4-9.
Già scende la sera quando tutti vanno verso il Duomo, dove i catecumeni, con oltre 2000 giovani provenienti dall’intera Diocesi, partecipano alla Veglia “in Traditione Symboli”, presieduta dal vescovo Mario, con la consegna del Credo, il simbolo della fede.




