«Quello con i detenuti sarà un colloquio semplice e informale»: così il cappellano don Mario Proserpio presenta la visita dell’Arcivescovo all’istituto di pena, che ospita meno di ottanta uomini

di Luisa Bove

don Mario Proserpio
Don Mario Proserpio

Parlando del carcere di Lecco, non bisogna pensare a un grande istituto, ma quasi a una comunità, perché i detenuti sono meno di 80. Da oltre trent’anni don Mario Proserpio entra al suo interno per incontrarli e celebrare la Messa. Prima di diventare cappellano, per un anno vi aveva svolto volontariato perché, occupandosi della Caritas locale, aveva voluto rendersi conto anche della realtà penitenziaria. La struttura è molto particolare, perché si tratta di un ex convento, costruito all’inizio del 1900 e ristrutturato tra il 2000 e il 2004.

È qui che martedì 12 pomeriggio, alle 15, per la prima volta giungerà l’Arcivescovo di Milano. «È una visita molto informale, semplice, con un colloquio diretto, soprattutto con gli ospiti e il personale che lavora all’interno, con la polizia penitenziaria», spiega don Proserpio.

Chi sono le persone detenute a Lecco?
Sono solo uomini, 75-77 in tutto, che trascorrono una detenzione breve, come in tutte le Case circondariali. Le provenienze sono diverse: metà vengono dal Marocco, ma molti anche dai Paesi dell’Est. Non manca l’esperienza religiosa: tutte le domeniche c’è l’Eucaristia. Poi c’è la vita di relazione e l’attenzione reciproca.

Ci sono opportunità di lavoro?
Tutti i lavori sono tutti svolti all’interno del carcere: pulizia, lavanderia, cucina, la spesa… Piccole attività che sono riservate a loro. C’è solo un uomo che lavora all’esterno, in un bar (secondo l’art. 21 dell’Ordinamento penitenziario, ndr), e la sera rientra in cella.

E lo studio?
Ci sono corsi per imparare la lingua italiana, alcune attività legate all’inglese, al francese e, quest’anno soprattutto, allo spagnolo. All’interno del carcere abbiamo anche una biblioteca e ci sono gruppi di lettura. Poi c’è il cineforum e da poco è nato un gruppo che sta realizzando un video per partecipare a un concorso di film in carcere.

Sul territorio di Lecco ci sono realtà che collaborano col carcere?
Abbiamo un bel gruppo di volontariato legato alla Caritas. Ora stiamo cercando di coordinarci e crescere insieme, così che non ci sia solo un’attenzione all’interno dell’istituto di pena, ma anche all’esterno, lavorando con i servizi del territorio per gli accompagnamenti. Abbiamo pensato anche a una sorta di “adozione” delle persone che qui non hanno parenti. Per questo in due decanati (uno anche nella Diocesi di Bergamo) abbiamo costituito un gruppo di persone che possono venire a fare i colloqui, creando relazioni di vicinanza anche con i musulmani. Insomma, c’è un bell’intreccio di realtà e di dialogo sul territorio. I volontari entrano in carcere e poi ci confrontiamo insieme sulle situazioni e le difficoltà che incontrano.

Chi segnala i detenuti soli che non hanno parenti in Italia?
La direzione stessa, l’area educativa. Il gruppo è legato alla Caritas di Lecco, abbiamo fatto formazione qualche anno fa e da lì sono uscite alcune persone che hanno aderito; poi altri cinque gruppi, provenienti da diverse realtà, paesi e parrocchie, si sono attivati per l’animazione liturgica della domenica. Infine Casa Abramo ospita alcuni detenuti alle misure alternative per chi deve scontare l’ultima parte della pena o è in attesa di altri giudizi.

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