La presidente emerita della Corte costituzionale ospite alla Bicocca con il criminologo Adolfo Ceretti per un incontro dedicato a uno dei temi di rilievo del magistero del Cardinale

di Annamaria Braccini

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Un’altra storia. Quella che può sempre iniziare – senza dimenticare la responsabilità dei colpevoli e le vittime dell’ingiustizia – se si superano le rigide chiusure di mondi che rifiutano di incontrarsi, di parlarsi, di ascoltarsi. È il grande tema, oggi più che mai dibattuto anche a livello istituzionale e sociale, della giustizia riparativa. E così «Un’altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione» è il titolo della II edizione della “Martini Lecture”, promossa dal Centro “C.M. Martini” in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, la Fondazione Carlo Maria Martini, Bompiani e  il patrocinio della Diocesi di Milano. Nel corso della mattinata di studi nell’Auditorium dell’ateneo è stato presentato anche il primo volume della Collana “Martini Lecture”  (Bompiani), che porta lo stesso titolo del convegno e contiene le comunicazioni dei due relatori d’eccezione: Marta Cartabia, presidente emerita della Corte Costituzionale. e Adolfo Ceretti, docente di Criminologia dell’Università di Milano-Bicocca.

Esperienze e riflessioni

Ad aprire il confronto, trasmesso anche in streaming, la rettrice Giovanna Iannantuoni, che ricorda i progetti realizzati in sinergia con la Casa circondariale di Bollate e l’esperienza di tutoraggio di alcuni studenti della Bicocca che seguono compagni di studi detenuti. 

«Questo che stiamo vivendo è un momento che interpreta in modo molto efficace l’intento della nostra Fondazione, facendo interagire il pensiero del Cardinale e la sua testimonianza con persone che vogliano assumere le proprie responsabilità del mondo oggi. Sta a noi, infatti, vivificare i segni da lui lasciati», spiega padre Carlo Casalone, presidente della Fondazione Martini, facendo riferimento appunto al tema della giustizia, già trattato negli anni 1974-‘75 nel contesto della 32esima Congregazione generale della Compagnia di Gesù. «Al cuore della discussione vi fu l’articolazione tra la giustizia e la misericordia: allora erano presenti sia Martini, sia Bergoglio, e padre Carlo seppe dare un contributo enorme, coniugando tale rapporto attraverso la Parola».

Ceretti: «Un pensiero profetico»

«Fin da giovanissimo Martini fu attento alla questione della giustizia, che divenne poi, nella maturità, pensiero profetico su una giustizia non puramente punitiva, ma ripartiva, capace di riequilibrare la relazione tra offensore e offeso», riflette Ceretti, da tempo impegnato in cammini di riconciliazione anche in Colombia e in altre zone del mondo, e tra i fondatori di un Gruppo che promuove il dialogo tra responsabili e vittime della lotta armata in Italia. Gruppo ricevuto nel 2011 dal cardinale Martini, che disse ai componenti: «Critiche e incomprensioni verranno, ma è certo che, se si desidera attraversare l’oceano con una barchetta, qualche spruzzo bisogna metterlo in conto».

«Il Cardinale, in profonda sintonia con la prospettiva evangelica, ruppe ogni logica di contrapposizione – aggravio delle pene -, inaugurando per primo la giustizia dell’incontro, che ebbe molti anni dopo una felice e feconda evoluzione», aggiunge Ceretti. Il riferimento è a una delle matrici del pensiero martiniano: «Il rifiuto della crudeltà in un circolo vizioso tra colpa che genera sofferenza, pena che si fa crudeltà. L’errore e il crimine deturpano la personalità dell’individuo, ma non eliminano la dignità della persona: su questo il Cardinale è inequivocabile. Ci si educa all’amore amando e alla responsabilità, dando e costruendo responsabilità».

Cartabia: «Un tesoro che torna a interrogarmi»

Torna alla mente la suggestione del titolo dell’intervento di Ceretti – «Carlo Maria Martini. Pensare pensieri non-pensati e loro destino» – e viene da pensare, appunto, a quanto ancora osare pensieri e sapienza possa far crescere la società. Con un’audacia sottolineata da Cartabia nel suo appassionato intervento, che avvia dicendo: «Posso testimoniare la potenza dei pensieri impensabili che attraverso: un percorso imprevedibile mi è stato offerto dalla rilettura del pensiero di Carlo Maria Martini. È un tesoro che torna ora a interrogarmi».

Richiamando le frequenti presenze nelle carceri dell’allora Arcivescovo – che proprio a San Vittore volle compiere la sua prima Visita pastorale -, la presidente emerita della Corte Costituzionale aggiunge: «L’azione del visitare, secondo la logica evangelica di Matteo, è la fonte del suo pensiero. Da qui il conoscere visitando: mi ha molto colpita, quando ero presidente della Corte, varcare la soglia di San Vittore come fece Martini. Lì si vive in un mondo paradossale, dove, per tutelare le persone fragili, si devono restringere i diritti. È davvero lo spazio nel quale emergono tutte le contraddizioni e le sofferenze di una società malata, come scrive il Cardinale. Nei suoi scritti troviamo una dimensione di metodo che non deve andare perduta: un metodo segnato dalla riflessione sull’esperienza vissuta, sulla realtà illuminata dalla sapienza biblica. La giustizia è un’esigenza elementare che parte dai fatti, ma va oltre, arrivando all’ideale di una giustizia salvifica che interroga le forme civili della giustizia penale vigente».

Due i pilastri del pensiero martiniano identificati dalla giurista. «La convinzione che l’uomo può sempre essere salvato e che la pena deve essere vòlta a sostenere un cammino di recupero. Il carcere, come chiede il Papa, deve sempre avere una finestra concreta e simbolica». In secondo luogo, «la costruzione dì un sistema che assicuri l’armonia dei rapporti sociali; una cura che salvi insieme assassino e città, come scriveva padre Turoldo. E questo senza mai mettere in ombra il dolore delle vittime, la sicurezza e la pace sociale. Di fronte al male occorre una parola di giustizia. Ma, come ha detto Paul Ricoeur, “Un’altra storia inizia qui”: storia che deve essere accompagnata dal delitto alla riconciliazione, dalla guerra alla pace».

Dunque, occorre parlarsi, riconoscersi, riconciliarsi. «Riconoscimento come sincera autocritica da cui iniziare un cammino e una ricostruzione dei luoghi spezzati. Tutti questi termini che sono segnati dal prefisso “ri”, ci spingono a guardare avanti, senza cancellare ciò che è accaduto, anzi, ricordando il passato e guardando al futuro in una prospettiva nuova».  

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