Diocesi e Caritas hanno messo a disposizione appartamenti per scontare la pena sul territorio, dopo che il rischio contagio aveva fatto sospendere gli incontri con i familiari. Limitati anche gli accessi ai volontari, «ma grazie a loro è la società a entrare in carcere», rileva Ileana Montagnini, responsabile Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana

di Luisa BOVE

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Villa Aldè a Lecco, struttura che ha potuto accogliere fino a 20 persone

Fin dai primi mesi dell’emergenza Covid, in breve tempo Diocesi di Milano e Caritas ambrosiana hanno messo a disposizione 30 posti letto per ospitare detenuti di San Vittore, Bollate, Opera, Lecco, Varese e Busto Arsizio, che ora finiscono di scontare la loro pena sul territorio. La situazione era già insostenibile prima della pandemia, perché a fine gennaio nelle regioni italiane, in particolare quelle col maggior numero di istituti di pena come la Lombardia, si registrava un sovraffollamento nelle carceri circa del 130%. «Il rischio contagio ha fatto mettere in atto misure molto pesanti, soprattutto la limitazione, se non la sospensione dei colloqui con i familiari per motivi di sicurezza sanitaria – spiega Ileana Montagnini, responsabile Area carcere e giustizia di Caritas ambrosiana e presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia della Lombardia -. Questo ha innescato una serie di rivolte che ha coinvolto anche San Vittore. Poi la situazione si è evoluta in più sensi».

In che senso?
Da una parte, grazie anche alle sollecitazioni del mondo del volontariato, sono state attuate misure per colloqui a distanza con l’utilizzo di nuove tecnologie e incrementati i contatti telefonici. Le circolari ci sono e auspicano l’utilizzo di Skype in ogni istituto; purtroppo, però, non tutti sono riusciti ad attrezzarsi nell’immediato. Dall’altra, il Prap (Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) di Milano e il Tribunale di sorveglianza hanno subito cercato nel privato sociale la possibilità di far uscire dal carcere quelle persone che, in termini di legge e grazie anche all’introduzione di norme legislative recenti, potevano ottenere la misura alternativa, avendo un residuo penale dai 18 ai 36 mesi.

Quindi sono state trovate soluzioni concrete?
Questo sì, ma il problema è sociale. Quello che ripetiamo da anni è che ci sono persone che non riescono a far valere i propri diritti, non per ragioni giuridiche, ma perché non hanno un’abitazione dove poter scontare la detenzione domiciliare o l’affidamento provvisorio. Mesi fa Tribunale e Prap erano ben disposti, quindi la Caritas ambrosiana è stata interpellata sull’urgenza di reperimento alloggi. Noi sappiamo che in Lombardia ci sono catene virtuose di associazioni che insieme partecipano a bandi regionali, ma poi la tempistica e l’iter burocratico rallentano l’avvio dei progetti e la possibilità di accogliere le persone in uscita, nonostante la disponibilità immediata delle associazioni.

Quindi è intervenuta la Caritas ambrosiana…
Esatto. Non per sostituirci alla rete virtuosa che esiste e ai doveri delle istituzioni, ma per la particolare emergenza. Abbiamo dato la disponibilità di 30 posti suddivisi tra appartamenti nella zona del Milanese, altri nel Varesotto e una struttura più grande a Lecco, Villa Aldè, che ha potuto accogliere fino a 20 persone. A marzo avevamo chiesto di segnalarci gli ospiti, quindi abbiamo allestito rapidamente appartamenti e comunità e in aprile abbiamo avviato le prime accoglienze, tuttora in corso, perché le persone non hanno concluso il percorso penale in pochi mesi. Il nostro intervento è stato urgente anche perché la Regione Lombardia si era rifiutata di mettere a bando una somma cospicua di denaro (900 mila euro) messa a disposizione da Cassa ammende per le misure alternative. Questo rifiuto ha ulteriormente rallentato la possibilità di costruire progetti, poi avvenuta attraverso il Prap lombardo, e a oggi, dicembre 2020, il progetto non è ancora partito.

In tutto questo anche il mondo del volontariato penitenziario ne ha risentito?
Moltissimo, perché l’articolo 17 dell’Ordinamento penitenziario prevede che la società civile, composta quasi esclusivamente da persone volontarie, entri negli istituti penali. Inizialmente i volontari non hanno potuto entrare per ragioni di sicurezza sanitaria e questo ha comportato una sospensione di tutte le attività, alcune addirittura paragonabili alla scuola, perché neppure i docenti hanno potuto proseguire con le lezioni. Bloccare il contatto con la società esterna significa non garantire quel fondamentale principio costituzionale che è la rieducazione. Nei mesi estivi c’era stata una ripresa, ma in ottobre è scattato un ulteriore blocco. Come Caritas ambrosiana e come Conferenza regionale volontariato giustizia diciamo: attenzione che non si instauri un meccanismo di ritorno alla poca attività, ai pochi volontari, agli orari e alle persone contingentate. I volontari devono entrare perché è la società che entra nel carcere. Benissimo tutte le precauzioni (mascherina, distanza…), anche perché nella seconda ondata il carcere è stato colpito ancora di più, con decessi anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, e questo è grave e dolorosissimo, però dobbiamo trovare una soluzione. Le tecnologie ci vengono incontro, quindi come i nostri figli hanno fatto scuola a distanza, anche i detenuti devono poterlo fare.

 

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