Dibattito oggi alle 18 organizzato da “Avvocati per niente” e da Caritas Ambrosiana su aspetti educativi e legali, spesso sottovalutati da adulti e ragazzi che comunicano in rete

di Luisa BOVE

bullismo

«Ragazzi e social network: non solo cyberbullismo» è il titolo dell’incontro a più voci che si terrà oggi alle 18, presso la Caritas ambrosiana (via San Bernardino 1, Milano). L’iniziativa è rivolta a genitori, insegnanti, educatori, operatori giuridici e a tutti coloro che sono interessati al tema. Al dibattito interverranno: Marina Ingrascì, avvocato diritto di famiglia e minorile, presidente di Avvocati per niente Onlus; Giorgia Franco, avvocato penalista e socia dell’associazione; Francesca Gisotti, pedagogista dell’Area minori Caritas ambrosiana. L’idea di riflettere insieme sul tema, ammette Gisotti, «è venuta ad “Avvocati per niente” alla luce di alcune richieste da parte di famiglie di difendere i loro figli che avevano subito denunce e querele per bullismo». Lo scopo è innanzitutto quello di aiutare i genitori ed educatori a capire che alcuni comportamenti che i ragazzi mettono in atto in rete sono penalmente perseguibili. «Abbiamo visto i capi d’imputazione di alcuni processi in corso – dice la pedagogista -, ma quello che emergeva era la totale inconsapevolezza dei ragazzi. Quello che molti di loro definiscono “scherzo”, in realtà è una condotta che porta a una serie di conseguenze». Per gli avvocati è stato subito chiaro che l’aspetto legale andava affrontato in un contesto educativo. «Occorre far sapere ai genitori che, avendo la patria potestà ed essendo tutori dei figli fino ai 18 anni, dal punto di vista della responsabilità civile sono loro a rispondere. Ci siamo chiesti come tutto questo poteva essere raccontato senza fare del terrorismo, ma aiutando i genitori a comprendere l’importanza di entrare i relazione con i loro figli anche su questi temi». Da un lato bisogna riconoscere che oggi i ragazzi vivono in questo mondo dei social e non si può estraniarli, dall’altro le famiglie devono mettere in atto fattori protettivi nei confronti dei figli. «Si tratta per esempio di coltivare relazioni buone con loro – dice Gisotti – perché i genitori non devono essere visti come antagonisti». Capita spesso che i genitori chiedano ai pedagogisti: «Quante ore devo lasciare mio figlio davanti al pc?», «Smartphone sì o smartphone no?». «Certo dei paletti vanno messi, ma l’idea che vogliamo lanciare è che non è questione di ore, ma di aiutare i ragazzi ad avere un occhio critico sul mondo in cui stanno: l’attualità e lo strumento. Ogni famiglia deciderà se concedere lo smartphone, ma nel momento in cui i ragazzi ce l’hanno, vanno aiutati a usarlo, perché è uno strumento di grande apertura». I genitori non devono abdicare e dire: «Mio figlio sui social si muove meglio di me!», perché «un contro è usare lo strumento, altro è avere senso critico nel suo utilizzo. Noi diciamo ai genitori che volente o nolente devono entrare in questo mondo e cercare di capire perché i ragazzi hanno l’esigenza di stare sui social. La comunicazione è il loro strumento principale e l’adulto deve essere visto come colui al quale raccontare ciò che succede anche in rete, perché è un attimo finire in una situazione di pericolo o di disorientamento. Se poi i ragazzi mandano in giro foto di qualcuno, questo può causare un grande danno anche alla famiglia. E soprattutto alla vittima, perché chi subisce poi ci mette molto a risollevarsi».

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