Sirio 01-03 marzo 2024
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Intervista

Bove: «Abusi, il fenomeno riguarda anche gli adulti vulnerabili»

Il Coordinatore del Servizio regionale per la tutela commenta i dati della Rilevazione Cei («cresce la fiducia nei Centri di ascolto») e parla dell’attività di informazione, formazione e prevenzione svolta nelle Diocesi della regione

29 Novembre 2023

A proposito della Rilevazione presentata a Roma la settimana scorsa (leggi qui), don Tarcisio Bove, coordinatore del Servizio regionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, osserva che «rispetto al primo Report dell’anno scorso, per evitare equivoci ad extra, non si è parlato di Report perché avrebbe dovuto indicare in modo generale tutti i dati possibili sugli abusi, invece la Rilevazione si riferisce unicamente ai Centri di ascolto diocesani e interdiocesani». Nel 2022 i numeri totali raccolti a livello nazionale sono stati 54, ma non sono tutti gli abusi che ci possono essere stati, «perché soprattutto nelle Diocesi più piccole vengono comunicati direttamente all’Ordinario (vescovo, vicario generale o autorità episcopale) senza passare dai Centri di ascolto».

C’è un dato che l’ha colpita in modo particolare?
Per quanto riguarda i Centri di ascolto è molto interessante che la denuncia all’autorità ecclesiastica sia passata dal 53,1% nel 2021 al 18,1% nel 2022, mentre la richiesta di informazioni, che nel 2021 è stata del 36,4% e nel 2022 dell’81,9%. Ciò dimostra, da una parte, che oggi c’è maggiore fiducia nei Centri di ascolto e che cominciano a essere conosciuti; dall’altra, la necessità di approfondimenti sull’abuso in ambito ecclesiale e di sapere come procedere. In questa Rilevazione però non abbiamo un’indagine qualitativa.

Oggi c’è più consapevolezza che il fenomeno degli abusi nella Chiesa riguarda anche adulti vulnerabili?
Sì, la consapevolezza è cresciuta, anche se i numeri di denuncia di abuso sugli adulti non sono molto elevati. A livello nazionale gli over 18 sono passati dal 18% nel 2021 al 35,2% nel 2022. Quindi c’è una maggiore attenzione anche agli adulti vulnerabili.

Don Tarcisio Bove
Don Tarcisio Bove

Nelle Diocesi lombarde è cresciuto l’impegno di tutela ai minori e agli adulti vulnerabili?
Per quanto riguarda il Servizio regionale, la richiesta della Chiesa italiana è stata quella di attivare i Centri di ascolto e di preparare, dal punto di vista formativo, le figure dedicate all’ascolto. Poi ci siamo rivolti con maggiore attenzione all’informazione, formazione e prevenzione: stiamo lavorando anzitutto rivolgendoci ai formatori del clero delle Diocesi lombarde, con i quali abbiamo organizzato due incontri nel 2022. Ora stiamo cercando di coinvolgere la commissione regionale presbiterale preseduta dal cardinale Cantoni per offrire una formazione ai sacerdoti alle Diocesi lombarde: l’idea è di creare una connessione tra la formazione del clero e l’attenzione al tema della prevenzione nella formazione nei Seminari. Invece rispetto alla formazione degli educatori degli oratori e di ambiti giovanili, nel 2021 abbiamo organizzato un incontro a Bergamo. Il nostro compito sarebbe quello di stimolare le Diocesi a percorsi formativi e coordinarli, ma di fatto ci siamo accorti che in diversi casi abbiamo dovuto anche predisporli.

C’è un aspetto emerso dalla Rilevazione su cui ritiene si debba ancora lavorare?
Vedo la necessità di approfondire le modalità di comunicazione, sia ad intra sia ad extra. In particolare, è stata molto interessante la relazione di Jordi Pujol che insegna alla Pontificia Università della Santa Croce. L’ipotesi è di predisporre in ogni Diocesi un comitato di gestione di crisi che curi proprio gli aspetti della comunicazione dal punto di vista giuridico, finanziario, eventualmente medico, perché è importante non celare le informazioni sugli abusi e lavorare sulla trasparenza. Chi ha autorità in Diocesi tenga conto della comunicazione rivolta al proprio clero, ma anche alle comunità.

Quindi alle parrocchie?
Sì. Oltre alla comunicazione e a una restituzione alla comunità che ha segnalato l’abuso, va dato anche un sostegno: le comunità ferite vanno accompagnate in un cammino di riabilitazione per quanto è capitato al loro interno. Questo è un aspetto che ho intenzione di portare anche a livello regionale. (L.B.)

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