Giulio Boati, vicepresidente del Centro aiuto alla vita ambrosiano, riflette sui passaggi del Discorso alla Città relativi alla crisi demografica e al dramma dell’aborto, «che è diventato un’abitudine. Dobbiamo far fronte a povertà materiali, culturali e sociali»

di Luisa BOVE

giulio boati
Giulio Boati

«Il futuro sono i bambini», ha detto l’arcivescovo Mario Delpini nel Discorso alla Città pronunciato la vigilia di Sant’Ambrogio. Ha parlato anche della «crisi demografica interminabile» e del «dramma dell’aborto», riconoscendo tuttavia che in Diocesi non mancano consultori familiari, centri di aiuto alla vita e strutture pubbliche e private «che offrono assistenza alle madri in difficoltà».

«È importante che l’Arcivescovo ne abbia parlato», sottolinea Giulio Boati, vicepresidente del Cav ambrosiano (www.cavambrosiano.it). Da anni il Centro di via Tonezza a Milano assiste donne in gravidanza che chiedono aiuto. Fino a qualche anno fa le future mamme che si rivolgevano al Cav erano più di 450, nel 2018 sono state 208 e i bambini nati nel corso dell’anno 163. «Negli ultimi anni rileviamo un calo di richieste di aiuto, dovuto senz’altro anche a un calo di natalità – spiega Boati -. Per la maggior parte arrivano da noi donne straniere, anche se in proporzione in numero inferiore rispetto al passato».

Il calo demografico non è l’unico problema…
Infatti. L’aborto è diventato un’abitudine, quindi non abbiamo più “nemici” che ci odiano e ci permettono di reagire; in generale c’è un po’ di stanchezza sull’argomento. Inoltre con “la pillola del giorno dopo” non si capisce più niente, non si può sapere quanti sono i veri aborti. Purtroppo come Cav fatichiamo a farci conoscere. Nei giorni scorsi è venuta una signora che abita a 100 metri da noi e non sapeva che esistiamo, eppure siamo lì da 35 anni…

Oltre alle difficoltà economiche, ci sono altre forme di povertà dichiarate dalle donne?
La difficoltà è la mancanza dell’uomo che non c’è. È un problema generalizzato che riguarda italiani e stranieri. Il padre è il grande assente, presente solo in alcuni casi. Poi c’è una povertà culturale legata anche alla situazione familiare: penso per esempio alle famiglie sudamericane, dove c’è una mescolanza tra padri, madri, zii, cognati, cugini, nipoti… In queste famiglie allargate, a volte in senso deteriore, si creano instabilità e confusione. Infine c’è la povertà materiale (casa e lavoro) e la mancanza del permesso di soggiorno.

Qual è la sfida più grande?
Intercettare i ceti medio-alti, che non hanno un bisogno strettamente economico, ma che scelgono di abortire perché un figlio rovina la carriera, perché non è il momento, forse più avanti… Non a caso l’età delle donne che partoriscono si è alzata (31,8 anni) e la paternità per l’uomo arriva intorno ai 35 anni.

Quali servizi offrite alle donne?
Oltre ai diversi aiuti alle madri che decidono di tenere il bambino, abbiamo progetti particolari come quello delle Baby-mamme insieme alla Fondazione ambrosiana per la vita, per seguire le madri più giovani (14-21 anni). Come Cav assistiamo le donne in gravidanza finché il bambino è nato, ma se una mamma si presenta da noi con il neonato e ha bisogno di aiuto per la maternità, la dirottiamo al Consultorio Camen con cui abbiamo un accordo.

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