In occasione della Festa della Liberazione riproponiamo la testimonianza sul periodo di internamento nei lager nazisti che il Professore rese nel 1985 a Radio 2: «La forza che ci tenne in piedi fu la volontà di ritornare in una Italia libera»

di Silvio MENGOTTO

Lazzati_lager

Furono 615 mila i soldati italiani che non aderirono alla Repubblica sociale. Un rifiuto pagato da molti con la deportazione e l’internamento nei lager nazisti. Tra questi anche Giuseppe Lazzati, che divenne un punto di riferimento e di resistenza tra gli stessi prigionieri. Dopo il “no” a Salò, pronunciato a Merano, Lazzati iniziò una lunga peregrinazione tra i campi di concentramento tedeschi, che durò fino al 1945.

Il 27 aprile 1985 i programmi radiofonici regionali per la Lombardia di Radio 2 misero in onda una trasmissione dedicata alla Liberazione, con testimonianze di Leo Valiani, Tino Casali, Roberto Costa, Mario De Micheli e lo stesso Lazzati, che così ricordò quel periodo e la dura esperienza nei lager: «L’8 settembre del 1943 io ero a Merano, tenente degli alpini. La mattina del 9 noi fummo adunati dai tedeschi e a ciascuno venne chiesto se volevamo prestare fedeltà al giuramento fatto e tornare al servizio, io dico dei fascisti, e non dell’Italia. Credo che tutti si rispose con un netto no, ragione per cui ci caricarono tutti su un camion e ci trasferirono a Innsbruck, dove iniziò il nostro pellegrinaggio di internati, prigionieri, che durò fino alla fine di agosto del 1945».

Durante la prigionia l’impegno del tenente Lazzati si articolò su diversi fronti: la preghiera, la promozione e la guida di Gruppi del Vangelo, conferenze volanti su temi religiosi, adunanze, attività di sostegno nei confronti dei compagni di internamento. Cambiò diversi campi: Rum nei pressi di Innsbruck, Deblin (Polonia), Oberlangen, Sandbostel e Wietzendof in Germania. «In ogni campo dove andavo – continuava la sua testimonianza del 1985 – parlavo, cioè facevo conferenze, cercavo di sostenere il morale di amici e compagni di prigionia, anche perché venivano spesso incaricati della Repubblica Sociale per vedere se potevano reclutare gente da riportare indietro. Siccome le condizioni erano durissime, era – vorrei dire – naturale che qualcuno cedesse: allora bisognava fare in modo che fosse minimo il numero di coloro che cedevano; cedevano i malati, quelli che veramente non ce la facevano più. Ecco perché io venni preso di mira e cambiai parecchi campi. Dove andavo riprendevo a fare il mestiere di professore che teneva lezioni, che faceva dei corsi. Il fondamento era sempre lo stesso: animare, sostenere in vista della conquista della libertà, anche in senso fisico e non solo spirituale, di cui già godevamo pur essendo dentro i reticolati»

Per Lazzati fu una dura prova dura. «Per taluni fu una prova dura fisicamente: i più anziani, i più giovani privi di cibo sufficiente, è naturale che si trovassero in condizioni durissime – proseguiva -. La forza che tenne in piedi gli internati fu la volontà di ritornare in una Italia libera. Quanto a me, cercai di aiutare, sostenere questo sentimento, perché grazie a Dio stavo bene di salute. A me non dispiaceva anche esercitare la mia funzione di professore e lo feci anche in prigionia, facendo adunanze e corsi, tutti volti naturalmente a questa idea fondamentale: la conquista della libertà. Noi stavamo provando che cosa vuol dire non avere libertà perché eravamo dentro un campo di filo spinato, ma ci sentivamo più liberi di quando eravamo sotto un governo che non conosceva la libertà. Ed era là che abbiamo alimentato questo senso autentico della libertà, fondato su valori morali, naturalmente, di onestà e di giustizia che avrebbero dovuto prepararci a quello che era la condizione nuova»

 

 

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