Fra i fattori che misurano l’andamento di una democrazia, rientra l’insieme di interpretazioni costituzionali, prassi istituzionali e norme condivise che appartengono alla cultura politica di un Paese in un determinato contesto storico. Questo discorso è particolarmente evidente nel caso statunitense, in virtù della longevità di una Costituzione che è stata continuamente reinterpretata – e anche formalmente emendata – in risposta a crisi nazionali e internazionali, processi di sviluppo economico e tecnologico, ascesa e declino di partiti e movimenti politici. Guerra civile americana, seconda rivoluzione industriale, crisi del 1929, conflitti mondiali del Novecento, movimento per i diritti civili, crollo del sistema sovietico, sono solo alcuni dei momenti epocali associati ad una revisione del rapporto fra Stato e società riversatosi poi sugli equilibri costituzionali e, soprattutto, sui rapporti fra esecutivo e legislativo.
Dalla Corea alle Torri Gemelle
In particolare, in contesti di pericolo per la sicurezza nazionale si è sempre assistito a un nuovo protagonismo dell’ufficio presidenziale. A titolo di esempio, si può ricordare l’azione unilaterale di Truman che, nel luglio 1950, allo scoppio della guerra di Corea, inviò per la prima volta nella storia americana le forze militari statunitensi a difesa di uno Stato alleato senza l’autorizzazione del Parlamento.
Nel nuovo millennio, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 innescò un allarme nazionale che portò il Congresso ad autorizzare George W. Bush all’uso della forza militare contro Al Quaeda e le organizzazioni terroristiche correlate, senza precisi limiti geografici o temporali. L’Authorization for the use of military force (Aumf) del settembre 2001 è stata la legge di questo tipo di più lunga durata nella storia statunitense, al punto da essere utilizzata come base legale di un ampio ventaglio di azioni di controterrorismo: dalle operazioni di bombardamento in Libia del 2011 alla lotta all’Isis del 2014, fino all’intervento in Siria nel 2017. Più recentemente, anche gli attacchi contro “le barche della droga” nel Mar dei Caraibi dell’autunno 2025 sono stati giustificati con riferimento alla lotta al terrorismo (narco-terrorismo), il che farebbe pensare a un implicito richiamo all’Aumf 2001.
La Costituzione riletta in chiave nazionalista
Alla luce di queste premesse, si possono proporre due riflessioni. Da un lato, si può vedere l’ascesa e il consolidamento del movimento Maga (Make America great again) – con il parallelo spostamento a destra del Gop (Grand old party – Partito repubblicano) – come esito di processi di lungo periodo che sono arrivati a impattare sulle istituzioni federali. Si tratta di una incubazione ventennale, caratterizzata da molteplici fattori, fra cui una progressiva perdita di credibilità egemonica degli Stati Uniti, la crisi finanziaria ed economica del 2007/2008 e il diffondersi di una ideologia etno-nazionalista che ha finito per far presa, nella sua versione più moderata, su larghe fette dell’elettorato americano di reddito medio o medio basso uscite sconfitte dai processi di globalizzazione economica (vedi G. Borgognone, America bianca. La destra reazionaria dal Ku Klux Klan a Trump, Carocci, 2022).
Dal suo insediamento alla Casa Bianca Donald Trump sta quindi operando per reinterpretare il patto costituzionale alla luce del nazionalismo conservatore che alimenta gran parte del movimento Maga: dai diritti civili e dalle libertà individuali (come cittadinanza o libertà di espressione), per arrivare alle competenze del governo federale e, infine, al posto degli Stati Uniti nel mondo. Tale interpretazione costituzionale coinvolge ovviamente anche il ruolo del Presidente, che si manifesta in modo più assertivo e unilaterale.
Svolta decisionista
Ma questa versione trumpiana della presidenza è di fatto lo specchio di un momento di ridefinizione della democrazia americana basato sulla predominanza del government a scapito della governance, sulla prevalenza, cioè, di un processo decisionale centralizzato e top-down, rispetto all’idea di una concertazione orizzontale e inclusiva. Negli anni questa seconda impostazione, che è stata particolarmente rivendicata dal Partito democratico, ha però spesso portato a situazioni di paralisi decisionale a livello federale, statale e locale. Da qui una forte critica, sintetizzata recentemente da Ezra Klein (nel libro Abundance, Avid Reader Press, 2025) che ha finito per fagocitare il Partito democratico, rendendolo più debole agli occhi degli elettori. Trump sostiene una impostazione alternativa che persegue con forza in tutti gli ambiti di politica interna, dalla riorganizzazione amministrativa all’uso della National Guard nelle operazioni dell’Ice (Immigration and customs enforcement, agenzia di controllo immigrazione e delle frontiere).
Multilateralismo in crisi
Questa postura decisionale si riverbera anche sul piano internazionale: il ritiro degli Stati Uniti da decine di organizzazioni di cooperazione internazionale, l’introduzione per ordine esecutivo di elevati dazi all’importazione, la recente riaffermazione della dottrina Monroe nella National security strategy, l’operazione di arresto ed esfiltrazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, sono gli esempi più eclatanti di una spallata a un sistema multilaterale in crisi invero già da molti anni. Il ritiro dai forum multilaterali si richiama anche a una questione di costi e vincoli non controbilanciati da un effettivo tornaconto economico. Nella visione di Trump, un’azione unilaterale e muscolare sul piano internazionale e gli investimenti in spese militari che ne conseguono, anche se costosa, può portare a risultati più concreti.
Questa torsione nella postura internazionale degli Stati Uniti ha anche a che fare con un mondo che, da vent’anni a questa parte, assiste all’affermazione sul piano internazionale di regimi autoritari, che sfidano i regimi democratici sul piano dell’efficienza e dell’efficacia decisionale. Un mondo che, con le dovute cautele, assomiglia all’età dell’Imperialismo di fine Ottocento, in cui, a far da padrone, era il nazionalismo muscolare e coloniale delle potenze europee.
Fu proprio in questo contesto, all’indomani della guerra ispano-americana del 1898, che l’allora docente di Princeton e futuro presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson si interrogò sull’opportunità per il governo americano di ingaggiarsi in un contesto internazionale diventato eccessivamente aggressivo e sciovinista: «What we ought to do?» (Cosa dovremmo fare?). A distanza di 130 anni, in un momento in cui sono gli Stati Uniti a ridefinire le regole delle relazioni atlantiche secondo logiche più frontali e competitive, l’Europa è chiamata a rispondere alla stessa domanda.



