Si chiama «amore sociale» la via d'uscita dall'emergenza sanitaria in atto. Ne è convinto il Pontefice. No agli «interessi di parte» sul vaccino e ai «devoti di Ponzio Pilato», il Covid-19 è «un virus che non conosce barriere» e che esige il rifiuto di ogni «cultura dello scarto»

“Amore sociale”. L’uscita dalla crisi determinata dal Covid-19 risiede in questa virtù, che va declinata attraverso una buona politica e l’impegno responsabile di ogni cittadino per il bene comune. Lo ha detto il Papa, che nella seconda udienza pronunciata nel Cortile di San Damaso, davanti a circa 500 fedeli, ha messo in guardia dagli “interessi di parte” sui vaccini e dai “devoti di Ponzio Pilato”. Appena sceso dalla macchina, papa Francesco ha tolto la mascherina e ha cominciato il suo percorso a piedi tra i fedeli, mantenendo la distanza di sicurezza.

“Per costruire una società sana, inclusiva, giusta e pacifica, dobbiamo farlo sopra la roccia del bene comune. E questo è compito di tutti, non solo di qualche specialista”, perché “ogni cittadino è responsabile del bene comune. E per i cristiani è anche una missione”.

Nella parte finale della catechesi, Francesco lancia un appello per una “buona politica”, definita “doverosa”. “Purtroppo, la politica spesso non gode di buona fama”, ma “questo non vuol dire che tutti i politici sono cattivi”, la precisazione a braccio. Una “buona politica”, per il Papa, “è possibile nella misura in cui ogni cittadino e, in modo particolare, chi assume impegni e incarichi sociali e politici, radica il proprio agire nei principi etici e lo anima con l’amore sociale e con amore politico. I cristiani, in modo particolare i fedeli laici, sono chiamati a dare buona testimonianza di questo e possono farlo grazie alla virtù della carità, coltivandone l’intrinseca dimensione sociale”.

“È dunque tempo di accrescere il nostro amore sociale, contribuendo tutti, a partire dalla nostra piccolezza”, l’invito di Francesco, che ripete due volte il termine “amore sociale”: “Il bene comune richiede la partecipazione di tutti. Se ognuno ci mette del suo, e se nessuno viene lasciato fuori, potremo rigenerare relazioni buone a livello comunitario, nazionale, internazionale e anche in armonia con l’ambiente”.

Riguardo all’emergenza sanitaria in corso, il Papa fa una precisa denuncia: “Purtroppo, assistiamo all’emergere di interessi di parte. Per esempio, c’è chi vorrebbe appropriarsi di possibili soluzioni, come nel caso dei vaccini, e poi venderli agli altri. Alcuni approfittano della situazione per fomentare divisioni: per cercare vantaggi economici o politici, generando o aumentando conflitti. Altri semplicemente non si interessano della sofferenza altrui, passano oltre e vanno per la loro strada. Sono i devoti di Ponzio Pilato, se ne lavano le mani”.

 “La risposta cristiana alla pandemia e alle conseguenti crisi socio-economiche si basa sull’amore”, che se è vero “è sempre espansivo e inclusivo”: “Non si limita alle relazioni fra due o tre persone, o agli amici, o alla famiglia, va oltre. Comprende i rapporti civici e politici, incluso il rapporto con la natura”. “Poiché siamo esseri sociali e politici, una delle più alte espressioni di amore è proprio quella sociale e politica, decisiva per lo sviluppo umano e per affrontare ogni tipo di crisi”, sottolinea il Papa: “Sappiamo che l’amore feconda le famiglie e le amicizie; ma è bene ricordare che feconda anche le relazioni sociali, culturali, economiche e politiche, permettendoci di costruire una ‘civiltà dell’amore’, come amava dire San Paolo VI, e, sulla sua scia, San Giovanni Paolo II”. “Senza questa ispirazione, prevale il contrario, cioè la cultura dell’egoismo, dell’indifferenza, dello scarto”. “La salute, oltre che individuale, è anche un bene pubblico”, e “una società sana è quella che si prende cura della salute di tutti”, incalza Francesco: il Covid 19 è “un virus che non conosce barriere, frontiere o distinzioni culturali e politiche deve essere affrontato con un amore senza barriere, senza frontiere e senza distinzioni”: “questo amore può generare strutture sociali che ci incoraggiano a condividere piuttosto che a competere, che ci permettono di includere i più vulnerabili e non di scartarli, e che ci aiutano ad esprimere il meglio della nostra natura umana e non il peggio”, sia a livello delle piccole e grandi comunità, sia a livello internazionale, in famiglia come nel quartiere o nelle grandi città. “Se le soluzioni alla pandemia portano l’impronta dell’egoismo, sia esso di persone, imprese o nazioni, forse possiamo uscire dal coronavirus, ma certamente non dalla crisi umana e sociale che il virus ha evidenziato e accentuato”, il monito.

di M. Michela NICOLAIS

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