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Israele

A Gerusalemme in coda per donare il sangue

Preti, ultraortodossi, soldati, laici e persone comuni nove ore e mezza in fila, tra allarmi aerei, solidarietà e unità di intenti. La testimonianza del responsabile della comunità dei cattolici di lingua ebraica

di Daniele ROCCHI Agensir

12 Ottobre 2023
Foto Vicariato st. James

Soldati, poliziotti, preti, donne, ultraortodossi, laici, cristiani, «tutti uniti», in fila, per donare il sangue «in un momento decisivo che separa la vita dalla morte». In Israele sotto attacco, a raccontare questa storia di solidarietà e amicizia è padre Benedetto Di Bitonto, sacerdote responsabile della comunità dei cattolici di lingua ebraica a Gerusalemme, che appartiene al Vicariato San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica, parte integrante del Patriarcato latino di Gerusalemme. Donare il sangue è «un atto di amore cristiano» afferma il sacerdote che spiega: «In questo momento difficile negli ospedali ci sono tanti feriti che hanno bisogno di sangue».

«Per questo motivo, lunedì 9 ottobre, siamo andati con padre Tiago, padre Michael ed Eliam nel centro di raccolta sito nella vicina Arena, nella zona di Malha, a pochi minuti di distanza dalla nostra casa di Simeone e Anna. Davanti a noi una fila lunghissima, silenziosa, che attendeva già sulla scalinata che conduce al cortile del Palazzetto dello Sport. Siamo rimasti lì in coda per nove ore e mezza». Ma padre Benedetto non rimpiange «neanche un minuto di essere stato lì, è stata davvero un’esperienza unica, come non ne avevo vissute nei quasi 13 anni che vivo in Israele. È risaputo che gli israeliani e le file non sono molto amici, ma ieri non solo tutti sono rimasti pazienti e non hanno cercato di spingere, ma anche quando c’è stato l’allarme e siamo dovuti correre a ripararci all’interno, ognuno è ritornato al proprio posto con eccezionale rispetto e gentilezza».

Il tempo di attesa è trascorso con i volontari del Magen David Adom (la Croce Rossa israeliana) che offrivano acqua alle persone in attesa mentre, aggiunge padre Benedetto, «nelle prime ore del pomeriggio la gente ha iniziato spontaneamente a offrire cibo: panini, mele, ghiaccioli che tingono lingua e labbra di blu. Iniziative private di persone che hanno deciso di venire a rendere più facile per gli altri il lento cammino verso la donazione. Ad un certo punto è arrivato un musicista con chitarra e impianto di amplificazione e ha iniziato a suonare per noi canti di incoraggiamento». Il tutto condito da «pioggia, vento e un allarme missilistico che ci ha costretti a correre dentro la cucina di una vicina panetteria con il proprietario che con velocità e forza ha spinto tutti quelli che erano fuori ad entrare».

Tante ore trascorse insieme in coda ha trasformato il tempo di attesa in tempo di conoscenza e di condivisione: «Nell’arena già cominciavamo a sentirci una famiglia con i nostri compagni, mentre si avvicinava il nostro turno. Alla fine è toccato a noi e siamo entrati: tre preti cattolici, un Hasid Gur, un ultraortodosso della comunità Hasidica, e un ragazzo laico che hanno trascorso insieme il tempo, in attesa di donare il sangue. Ecco come dovrebbe essere sempre la realtà, questo è il potenziale d’Israele» dice convinto padre Benedetto che conclude: «Invitiamo tutti coloro che possono a donare il sangue. Non dimenticheremo questo giorno, ma speriamo di dimenticare l’orrore di questo periodo».