Dopo quattro anni burrascosi, e nel mezzo di un 2020 pieno di crisi profonde, gli americani devono decidere se il presidente Donald Trump ha guadagnato il diritto di andare avanti, oppure se è ora di tornare a un leader più vicino alle istituzioni moderate del Paese come Joe Biden

di Andrew SPANNAUS

Trump - Biden
Donald Trump e Joe Biden. Tra loro Barack Obama

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016 ha rappresentato uno choc per il sistema politico occidentale: la rivolta populista tra gli elettori negli Stati Uniti – e anche in Europa, seppur con successi minori – ha acceso i riflettori su problemi che l’establishment del Paese pensava di poter ignorare, dall’indebolimento della classe media a causa dello spostamento del lavoro produttivo, all’opposizione diffusa tra la popolazione alle guerre continue nel nome del cambiamento di regime. Sono questi i temi principali che hanno permesso a un personaggio come Donald Trump di superare i suoi evidenti difetti e di trovare una base di sostegno tra la gente nel nome dell’anti-politica. Oggi, dopo quattro anni burrascosi, e nel mezzo di un 2020 pieno di crisi profonde, gli americani devono decidere se il presidente ha guadagnato il diritto di andare avanti, oppure se è ora di tornare a un leader più prevedibile, più vicino alle istituzioni moderate del Paese.

Lo sfidante Joe Biden, uomo di lunga esperienza a Washington – non necessariamente un punto a suo favore, visto che molti non si fidano più della politica – ha proposto un ritorno alla normalità, al rispetto e al dialogo, dopo i modi irruenti e anche grossolani dell’attuale presidente. Il candidato democratico è favorito, con un vantaggio robusto nei sondaggi al livello del voto popolare, ma il sistema dei grandi elettori (Electoral college) impone di raccogliere voti in aree geografiche variegate, non potendo contare solo sui grandi margini che i democratici conquistano sempre nelle zone urbane e più progressiste. Così Trump ha ancora qualche speranza, puntando a vincere di nuovo in Stati chiave come la Pennsylvania e il Wisconsin, dove gli effetti della deindustrializzazione sono stati profondi, e dove la cultura rimane più conservatrice, mostrando diffidenza verso i temi abbracciati dalla sinistra come l’ambientalismo o la promozione dei diritti Lgbt.

Il presidente cerca anche di sfruttare la reazione alle recenti proteste per strada. E se l’obiettivo di contrastare l’ingiustizia razziale è largamente condiviso dalla popolazione, che anzi non si fida di Trump sul tema delle uguaglianze, dall’altra parte i frequenti episodi di violenza nelle città, come anche l’attacco ai valori della storia americana, con il tentativo improprio di considerare il razzismo come l’elemento determinante della nascita della Repubblica, genera preoccupazioni che potranno rafforzare chi si erge a difensore dei principi tradizionali. Ad accrescere lo scontro culturale irrompe anche la battaglia per la nomina di un nuovo giudice della Corte suprema, una ghiotta occasione per i conservatori, ma intrisa di rischi politici considerando la vicinanza del voto.

Trump viene danneggiato in modo particolare dalla pessima gestione della pandemia del Covid-19, che ha preso sul serio solo a tratti, spesso anteponendo la convenienza politica alla necessità di sconfiggere il virus. Questi errori lo portano a perdere consensi tra segmenti fondamentali dell’elettorato, come i cittadini over-65, mettendo a rischio Stati che non può permettersi di perdere, come la Florida.

Il presidente cerca di recuperare voti tra le minoranze, promettendo un ritorno rapido alla crescita economica già sperimentata prima della pandemia, ma come tutti i leader politici di questi tempi, rischia di vantarsi troppo di una crescita spesso caratterizzata da precarietà e incertezza per le classi media e bassa.

Vista la personalità e i modi dell’attuale presidente, molti considerano questa elezione una prova esistenziale per la nazione, la più importante da molto tempo. In realtà ci sono correnti profonde di cambiamento che andranno avanti in ogni caso, a prescindere da chi vincerà al voto del 3 novembre.

La presidenza Trump segna sicuramente uno spartiacque tra il mondo della globalizzazione degli ultimi decenni, e una nuova realtà in cui le istituzioni dovranno fare i conti con gli errori del passato; e mentre il presidente si identifica con una sorta di “destra sociale”, gli stessi problemi del mondo globalizzato sono alla base della forte richiesta di cambiamento a sinistra, dove si chiede una società più giusta e maggiori tutele per i lavoratori e i deboli.

Il risultato delle ampie proteste in entrambi gli schieramenti, e della profonda crisi scatenata dal Covid-19, è l’emergere di un nuovo orientamento che comincia a fare breccia anche nelle istituzioni moderate: la necessità – resa ancora più evidente dalla pandemia – di un forte intervento pubblico nell’economia per ricostruire l’economia industriale, anche in chiave di sicurezza nazionale, e di coprire gli ampi buchi nello stato sociale americano. E un atteggiamento diverso nei confronti della Cina, pensando a un parziale sganciamento (decoupling) a livello economico, e l’espansione delle alleanze internazionali per contrastare la crescita d’influenza del gigante asiatico, anche in termini militari. Ci sono differenze di grado, ma democratici e repubblicani entrambi si stanno muovendo verso un’America che va oltre la globalizzazione, che potremmo definire come post-globale.  

 

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