Fondazione San Bernardino e Caritas ambrosiana dalla parte delle persone indebitate che, a causa delle difficoltà, rischiano di finire nelle mani degli aguzzini. Ora la legge «anti-suicidi» tutela di più le famiglie

di Francesco Chiavarini

Crisi-da-sovraindebitamento

C’è il cameriere del bar, da mesi in cassa integrazione, che non riesce più a pagare il mutuo. Oppure il tassista che lavora un giorno sì e tre no e che non è più in grado di onorare il debito contratto con la finanziaria per l’auto nuova. O ancora il negoziante, che nonostante i Ristori, non è in grado di sostenere l’affitto del locale.

Con le misure di contenimento della pandemia da Covid sono andati in sofferenza non solo i bilanci delle aziende, ma anche quelli di molte famiglie, lavoratori autonomi e piccoli artigiani. Tecnicamente si definiscono sovra-indebitati coloro che non sono più in grado di onorare i prestiti contratti presso i creditori né attingendo alle proprie entrate né al proprio patrimonio.

Nel mondo prima del Covid, in Italia erano 2 milioni le famiglie e 8 milioni gli individui in tale condizione. Dopo la crisi sociale generata dalla pandemia nessuno è ancora riuscito a fare i conti e aggiornare quella stima. Ma associazioni, fondazioni, magistrati da mesi esprimono preoccupazione. La Direzione investigativa antimafia, nell’ultima relazione presentata questa estate, ha sottolineato il rischio che le famiglie, schiacciate dai debiti, possano rivolgersi alle organizzazioni malavitose per ottenere soldi a credito che non riuscirebbero ad ottenere in altro modo.

Per ripagare i creditori, i sovra-indebitati, in genere, sono costretti a impegnare tutto quello che hanno. Così capita che la famiglia si ritrovi con la casa svenduta all’asta da qualche società di recupero credito senza troppi scrupoli o che il piccolo commerciante perda il negozio o il laboratorio da cui traeva il reddito. Un meccanismo perverso che spinge, come su un piano inclinato, chi è in crisi di liquidità verso la povertà e persino l’indigenza, condizioni dalle quali in genere è sempre molto difficile poter risalire una volta che vi si scivola dentro.

Altri Paesi europei sono riuscititi a disinnescare questa trappola. Ad esempio la Francia da anni si è dotata di programmi per smaltire il sovra-indebitamento, introducendo quello che in gergo tecnico si chiama esdebitamento, un percorso, che a determinate condizioni, consente alla famiglia incapiente di estinguere i debiti o vederseli cancellati e, quindi di ripartire. In Italia, si è provato a mettersi al passo, varando nel 2012 una legge la numero 3, detta anche «salva-suicidi», che però non ha mai funzionato, a causa di procedure complesse e farraginose. Basti pensare che nel 2018 risultavano aperte appena 7 mila procedure. Mentre i nostri cugini d’oltralpe, tra la fine del 2011 e la fine del 2019 sono riusciti a sdebitare (e quindi reinserire nel circuito legale del credito) quasi 2 milioni di persone.

Proprio l’estate scorsa per trovare una soluzione, tanto più necessaria nel mezzo della crisi sociale che si è aperta con la pandemia, la Caritas ambrosiana e la fondazione San Bernardino hanno promosso, insieme all’Università cattolica e ad altre fondazioni antiusura, una riforma della legge «salva-suicidi».

Al termine di un percorso piuttosto accidentato all’interno delle varie commissioni parlamentari che hanno preso in esame la proposta nel corso dei mesi passati, poco prima di Natale le modifiche richieste sono passate. Tre le novità principali. Primo. D’ora in poi anche chi non ha proprietà o ha un reddito appena sufficiente per sopravvivere, se riesce a dimostrare davanti al giudice che ha preso soldi in prestito per necessità, potrà rinegoziare il debito e avere al termine del processo la «fedina fiscale» pulita. Secondo. Le famiglie potranno accede alle misure più facilmente. Per esempio, se il debito riguarda più di un componente del nucleo famigliare, potrà presentare la domanda il marito e non anche la moglie o i figli. Infine anche chi concede il prestito sarà chiamato a verificare che il debitore sia in grado di sostenerlo e, se non valuta correttamente tale capacità (merito creditizio), subirà delle limitazioni nell’esercizio delle sue funzioni. Come ha osservato il direttore della Caritas ambrosiana, Luciano Gualzetti, la nuova legge è un passo in avanti molto importante perché previene lo scivolamento verso la povertà; toglie l’acqua nella quale nuota chi presta denaro ad usura, che è spesso un malavitoso; permette alle famiglie di tornare a produrre ricchezza.

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