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Ricordo

Cavalleri, serietà, estro e cordialità

Il profilo umano e intellettuale del giornalista, critico letterario e scrittore scomparso un anno fa ha animato una serata al Centro culturale di Milano con l’intervento dell’Arcivescovo

di Annamaria BRACCINI

30 Novembre 2023
Cesare Cavalleri

«Cesare Cavalleri. Una vita. Quando la cultura è per vivere meglio». Non poteva esservi titolo migliore per la serata al Centro culturale di Milano nella quale è stato ricordato lo scrittore e giornalista, intellettuale notissimo, direttore per mezzo secolo di Studi Cattolici e per 56 anni delle Edizioni Ares. A un anno dalla scomparsa, avvenuta a Milano il 28 dicembre 2022, a fare memoria grata dell’amicizia e della collaborazione lavorativa sono stati Giuseppe Romano, curatore di Letture (il libro postumo di Cavalleri e moderatore dell’incontro), lo scrittore Arrigo Cavallina e Alessandro Zaccuri, giornalista, autore e attualmente direttore della Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’Arcivescovo durante il suo intervento (foto Paola Cuppoletti)

Ad aprire l’evento è stato invece l’Arcivescovo, che ha richiamato la sua conoscenza di Cavalleri, attraverso gli scritti e i non molti incontri personali: «Di lui so tre cose. La prima è che portava la giacca. Questo dice che era una persona seria, che amava uno stile per presentarsi. Era una persona severa, che non cedeva facilmente a una certa condiscendenza. Seconda cosa: aveva i baffi, il che indica una persona estrosa che ha capacità di fantasia, di navigare nell’avventura, nel sogno, guardando oltre gli schemi. Ricordo il suo studio nella sede delle Edizioni Ares, in via Santa Croce a Milano: colpiva la quantità di riconoscimenti da parte di autori e artisti, di tante firme importanti che dedicavano a Cavalleri parole di gratitudine. Aveva il culto dell’amicizia, dei rapporti cordiali, come un dono. Questo è il terzo tratto che voglio sottolineare».

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L’impegno di critico letterario

E proprio di un lungo sodalizio amicale e lavorativo ha parlato Romano. «Mi accolse che ero un ragazzino diciottenne e cominciò a formarmi in modo non cattedratico. Nei vent’anni che abbiamo trascorso insieme lavorando da amici non fu mai formale, né impositivo. Era giornalista, direttore di una Casa editrice, ma scrivere libri era per lui una missione importante, proprio perché credeva di poter aiutare a vivere meglio. Cercava l’eternità nelle opere scritte da altri e lo faceva per tutti noi. Lui è qui, perché l’eternità è ora. Si curava delle opere e non degli autori, perché, diceva, è nelle opere che si deve valutare la qualità della vita».

Come ben si comprende scorrendo il ponderoso volume di Letture, «che si abita come una casa» fatta, dopo una prima edizione del 1998, delle attuali 611 voci, che compendiano l’attività di critico letterario svolta magistralmente da Cavalleri: «Alcuni degli scrittori recensiti sono pilastri della letteratura e della poesia: Buzzati, Eco, Kundera, Montale, Morante, Némirovski, Pound e Raboni. Molti altri sono stati impolverati dal tempo e tanti non hanno mai raggiunto le vette della fama. Ma al critico Cavalleri non è mai importato come la pensassero gli altri. Accompagna il lettore su strade così originali, amene e affascinanti, che lo si segue volentieri anche quando si volge verso direzioni sconosciute a chi legge».

I quattro relatori (foto Paola Cuppoletti)

Amico nella dissociazione

Commosso il ritratto tratteggiato da Cavallina, uno dei fondatori Proletari armati per il Comunismo, poi tra i primi dissociati: «Avevo 18 anni e Cavalleri era mio insegnante di ragioneria a Verona. Abbiamo sviluppato un’amicizia e mi propose di scrivere su Fogli, una rivista da lui fondata. Passano vent’anni senza contatti, poi mi giunge una sua lettera. Nel 1984, avendo completamente abbandonato l’ideologia della violenza, con alcuni amici formammo l’area della dissociazione che nacque anche come una critica culturale a chi rimaneva irriducibile. Lui mi scrisse, perché aveva letto il mio nome sul giornale, e gli parlai del mio stato d’animo come non avevo ancora fatto con nessuno».

Da lì una lunga amicizia e anche un libro realizzato con la loro corrispondenza, Il terrorista e il professore: «Mi fece comprendere il senso del perdono che, ho capito, significa darsi il respiro e le competenze per costruire un altro futuro, un percorso di speranza, e di questo gli sono profondamente grato. L’aspetto sacramentale, di cui era assolutamente certo, non ha mai impedito la mia ricerca. Compresi l’efficacia civile del perdono, della misericordia e della giustizia, traendo dal cardinale Martini elementi fondamentali. Così come Cesare mi diede motivi fondamentali per andare avanti, perché quello che era successo poteva essere sanato. Un impegno di perdono e di aiuto che lo portò a visitarmi in carcere e a essere il mio testimone di nozze. Penso a lui e alla fatica che ha fatto per entrare in un mondo che non era il suo». Il riferimento di Cavallina è al suo saggio La piccola tenda di azzurro (non a caso edita da Ares), «che racconta la ricerca di un senso e di una verticalità anche nelle situazioni più chiuse» e a un testo sulla dissociazione che l’editore fece leggere a politici e intellettuali e da cui nacque un numero speciale di Studi Cattolici: «Se vi è stata una legge sulla dissociazione che ha dato speranza a tanti, si deve anche a quello che ha fatto Cesare».

Il pubblico intervenuto al Centro culturale di Milano (foto Paola Cuppoletti)

Un intellettuale rispettato da tutti

Infine Zaccuri, redattore di Studi Cattolici per sei anni, definisce Letture «più che un libro un dizionario, tra il borgesiano e l’ingegneristico, come era lui. Nel suo non essere maestro, era tante persone insieme. Tra noi vi è stato un filo di affetto che non si è mai interrotto, fino all’ultimo incontro, quando ormai era alla fine. Ricordo che recitammo insieme un’Ave Maria. Come giornalista di Avvenire – Cavalleri tenne a lungo una rubrica sul quotidiano dal titolo «Leggere, Rileggere» in cui affrontava non solo temi letterari, ma anche questioni di attualità -, mi capitava di rivedere i suoi articoli come lui aveva rivisto i miei: non sempre eravamo d’accordo, ma credo che il tributo con cui lo hanno onorato anche giornali lontani dalla sua figura come La Repubblica dica del rispetto e considerazione di cui godeva».  

 

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