A 20 anni entrò tra le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida. Dopo la guarigione da una sindrome mortale, la religiosa si dedicò ai detenuti del carcere milanese

di Ennio APECITI

Suor Enrichetta Alfieri

Era il 16 dicembre 1993, quasi vent’anni fa, quando nel Policlinico San Marco di Zingonia (Bergamo) fu ricoverata d’urgenza un’atleta di diciotto anni, Stefania Copelli, che da tempo soffriva di dolori non più attribuibili agli allenamenti o allo sforzo muscolare per le gare che sosteneva a livello nazionale. In effetti la Tac evidenziò la presenza di un tumore, ormai impossibile da operare, tanto era diffuso. Passò un mese e il 27 gennaio 1994 Stefania fu di nuovo ricoverata, perché i dolori si erano fatti insopportabili: i medici informarono i genitori che le rimanevano solo pochi giorni di vita.
Si incrociarono allora fede e scienza. Da una parte, infatti, fu spontaneo affidarsi alla preghiera, tanto più che una zia di Stefania era Suora della Carità di santa Giovanna Antida Thouret. Dall’altra, essendo ormai la situazione disperata, uno dei medici curanti decise di provare una cura chemioterapica: “provare” è il verbo esatto, perché non si era ancora riusciti a diagnosticare quale tipo di tumore avesse aggredito la giovane. D’altronde non c’erano alternative: Stefania “poteva” morire per la tossicità del farmaco; sarebbe “certamente” morta se ci si fosse arresi alla malattia.
Stefania, vicina alla morte ai primi di febbraio 1994, a giugno sostenne gli esami di maturità e li superò ottimamente. Il 17 giugno, poi, si presentò al “Saggio ginnico” che si teneva nella palestra della Società Juventus Nova di Melzo, la sua società sportiva, ed eseguì due esercizi impegnativi a corpo libero e sulla trave.
Stefania aveva voluto così cantare il suo inno alla vita, il suo ringraziamento a coloro che l’avevano amata: ai suoi genitori, che erano stati tenuti all’oscuro di quello che avrebbero visto, e agli amici, che le erano stati vicini. E a Dio, che aveva ascoltato le loro preghiere. Ora Stefania è sposa e mamma: lei, cui avevano detto che le cure ricevute le avrebbero impedito di gustare la gioia di essere madre. Le era – e le è – venuta in aiuto la “Mamma di San Vittore”, suor Enrichetta Alfieri.

L’Angelo di San Vittore

Nacque a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891 e vent’anni dopo, il 20 dicembre 1911, entrò tra le tra le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Nel 1919 si manifestò la sindrome di Basedow-Graves, una malattia che conduce a progressiva paralisi e infine alla morte, che, in effetti, era attesa verso il 25 febbraio 1923, quando arsa dalla sete, suor Enrichetta bevve un sorso d’acqua di Lourdes che aveva accanto al letto: improvvisamente si alzò, perfettamente guarita.
Un po’ per sottoporla a nuovi e approfonditi esami, un po’ per sottrarla alla curiosità di giornalisti e curiosi che volevano conoscere la “miracolata di Lourdes”, fu inviata a Milano, nella comunità di religiose addette alle recluse del Carcere di San Vittore. Vi rimase per ventotto anni, diffondendo tanto e tale amore che, quando morì, il 23 novembre 1951, tutta Milano pianse l’Angelo di San Vittore, la Mamma di San Vittore, come da tempo tutti la chiamavano.
Così l’aveva definita Rina Fort, che nel 1946 aveva assassinato la moglie e i tre figli del suo amante e si convertì proprio per la bontà di suor Enrichetta, della quale disse sempre: «Era un angelo consolatore. Era un angelo che ispirava fiducia. Ci si poteva aprire a qualunque cosa […] Anche se doveva richiamare qualcuno o qualcosa non alzava mai la voce. Faceva il viso serio, ma non era capace di gridare […] non era nella sua natura. La sua natura era dolce, amabile, affabile».
Le fece eco una guardiana a San Vittore, Anita Alberti, che durante il processo di beatificazione svoltosi a Milano negli anni 1995-1996, dichiarò convinta: «Per conto mio era una santa. Era tutta di Gesù. Quando parlava, aveva sempre in bocca il nome di Gesù. […] Era di una bontà che nessuna parola riuscirebbe a esprimere».

Mike Bongiorno e Indro Montanelli

Durante il processo di beatificazione furono interrogati anche personaggi famosi, che dovevano a suor Enrichetta momenti di consolazione, di conforto e d’aiuto per la loro liberazione, quali Mike Bongiorno e Indro Montanelli.
Mike Bongiorno, incarcerato nel 1943 perché oriundo americano rientrato illegalmente in Italia, dichiarò: «Suor Enrichetta era effettivamente un personaggio incredibile. In carcere parlavano tutti di quest’angelo, che nel reparto femminile aiutava le prigioniere e si faceva in quattro per alleviare ogni pena. Sono certamente favorevole alla beatificazione di Suor Enrichetta. Ella rappresenta un poco la storia di tutti quelli che hanno sofferto in San Vittore durante quegli anni terribili. Chi lavorava dentro era un eroe…».
A sua volta Indro Montanelli, incarcerato con la moglie per la sua attività di giovane giornalista, già in quegli anni capace di suscitare dibattiti vivaci, confermò questo giudizio, con accenti di commozione: «Suor Enrichetta era una stupenda figura di religiosa. Una suora buonissima e coraggiosa. Le sarò grato per sempre […] Tutti noi ricevevamo, grazie alla sua regia, bigliettini e informazioni. […] Così grande era il conforto di quegli incontri furtivi, così immensa la gratitudine per chi con grande rischio personale li rendeva possibili, che ancora oggi il ricordo di Suor Enrichetta e della sua veste frusciante suscita in me la devota ammirazione che si deve ai santi, o agli eroi. In questo caso, a entrambi».
Invocandola presto come beata, potremo far tesoro di quello che scrisse dopo la sua miracolosa guarigione: «Amare Gesù nella sofferenza; amarlo nell’umiliazione e nel sacrificio amarlo da Sposa; è vivere della Sua vita; è possederlo».

 

Di lei parla suor Wanda Maria Clerici (video)

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