Il Consiglio diocesano ha discusso sulla pastorale d'insieme e sulle Comunità pastorali nuove modalità di presenza. Il Cardinale ha insistito sul sacerdozio comune battesimale

di Pino NARDI

omunità pastorali

Una Chiesa che cambia, cercando di leggere i segni dei tempi. Nell’anno pastorale del “riposo in Dio”, la comunità ambrosiana ha l’opportunità di ripensare qual è la direzione di marcia in un contesto ecclesiale e sociale in grande cambiamento. Uno dei punti qualificanti sono le Comunità pastorali. Un fenomeno di notevoli proporzioni: sono già 83 e coinvolgono oltre un milione di persone. Eppure questo processo, come tutte le novità, incontra favori e freni, potenzialità e malumori, che vanno affrontati per poter proseguire con efficacia.
Nell’ultimo week-end di settembre, a Triuggio, ne ha parlato il Consiglio pastorale diocesano. Era la prima volta che veniva chiamato a discuterne a tre anni dall’avvio. Dunque, l’occasione per fare il punto su ciò che è stato fatto, su quali aggiustamenti apportare e come procedere. Già il tema della sessione dice molto: “La pastorale di insieme e le Comunità pastorali”. Perché spesso queste sono viste come una burocratica riorganizzazione delle strutture ecclesiali sul territorio, perché i preti cominciano a scarseggiare. Ma il punto vero è un altro: si tratta della «riscoperta del volto di una Chiesa conciliare che, nel rafforzamento della comunione e della corresponsabilità in una necessaria prospettiva di pastorale di insieme, accoglie pienamente, con tutte le conseguenze, il mandato missionario del Signore», come si sostiene nella traccia di lavoro.
Un ben più impegnativo ripensamento della presenza dei cristiani nella Chiesa e nella società. Il cardinale Tettamanzi ha ascoltato l’ampio dibattito e ha chiesto di sviluppare una riflessione pacata, ma insieme impegnata sui “cantieri aperti”, comprese le Comunità pastorali, da verificare nella loro capacità missionaria, all’insegna della sobrietà pastorale. «Le Comunità pastorali – ha sottolineato – sono l’espressione più efficace e immediata della pastorale di insieme, ma occorre chiedersi se sanno “fare meno per fare meglio e fare insieme”, per essere realmente missionarie». Ha poi sottolineato come un primo esito positivo nei cammini verso le Comunità pastorali c’è stato: è la riflessione che si è sviluppata sulla missione della Chiesa. L’invito è però di insistere di più sul sacerdozio comune battesimale, perché ci sia una reale corresponsabilità; se manca, «non c’è né collaborazione, né comunione. E la corresponsabilità deve essere per la missione».
In conclusione della sessione, poi, il Cardinale ha ricordato la sobrietà pastorale che è un «valore positivo e fecondo»: è la negazione dell’autoreferenzialità, perché conduce a misurarsi sull’essenziale e sulle priorità reali. «Una forma di sobrietà – ha detto – è anche quella di non sciupare il tempo»: il riferimento è alle tante riunioni inconcludenti; per evitarle occorre formarsi anche sulle modalità e tecniche del lavoro di gruppo.
Ma l’aspetto più importante è la conversione, personale e comunitaria. «Il Consiglio pastorale diocesano, per garantire una maggiore partecipazione dei laici e delle comunità e realtà di provenienza, invita a un maggiore coinvolgimento iniziale dei Consigli pastorali decanali nell’individuare aree omogenee, e, se possibile, a livello cittadino, per esperienze di pastorale di insieme e le parrocchie da avviare a Comunità pastorale, accompagnandole nella lettura del territorio e nella formazione di un progetto pastorale missionario. La “Carta di comunione per la missione” può essere l’occasione per tale lavoro di discernimento pastorale e di accompagnamento delle parrocchie da parte del decanato». Questo è il primo punto delle conclusioni operative approvate dal Consiglio diocesano. Un decalogo di suggerimenti e sollecitazioni frutto del dibattito tra i consiglieri.
La comunicazione diventa un punto non irrilevante: «Si definiscano protocolli di avvio delle comunità pastorali che, sulla base delle esperienze vissute, individuino anche le più adeguate forme e modalità di comunicazione ai parrocchiani tutti», si sottolinea. «L’avvio della comunità pastorale non sia poi segnata solo dall’annuncio ufficiale all’interno di una celebrazione eucaristica, ma sia occasione per momenti straordinari di spiritualità, come pellegrinaggi, giornate di esercizi spirituali, missioni popolari straordinarie».
Altro fattore decisivo è quello del tempo: «“Veloci nel decidere, meno affrettati nell’attuare”: si condivide l’indicazione di esplicitare sin da subito l’obiettivo perseguito, dando più tempo per realizzarlo. A volte però decisioni esageratamente dilazionate, nelle loro fasi operative, rischiano di vanificare i buoni propositi che ne erano all’origine». Ma il cuore del dibattito è il coinvolgimento effettivo dei laici: «Occorre valorizzare e agevolare una più ampia partecipazione dei laici ai Direttivi delle comunità pastorali», prevedendo che possano «essere chiamati non solo “laici che operano stabilmente e di norma a tempo pieno nel servizio della comunità pastorale”, ma anche coloro che sono ritenuti in grado di poter esercitare una responsabilità globale e complessiva».

"Una prospettiva efficace"

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