Link: https://www.chiesadimilano.it/cms/speciali-archivio/comunita-pastorali/comunita-pastorali-una-chance-per-lazione-cattolica-25800.html
Share

Convegno

Comunità pastorali, una chance per l’Azione Cattolica

Domenica scorsa l'associazione si è confrontata sul rinnovamento in atto in Diocesi, che stimola alla crescita e può far riscoprire la vocazione laicale

Carlo ROSSI

24 Febbraio 2009

Il tradizionale appuntamento formativo per presidenti parrocchiali, responsabili di decanato e di zona pastorale dell’Azione Cattolica ambrosiana, domenica 22 febbraio, è stato centrato sul tema della “Comunità pastorale”, a partire dal rinnovamento in atto in Diocesi. Si è voluto in questo modo raccogliere la sollecitazione che il cardinale Tettamanzi ha fatto nella messa crismale del giovedì santo del 2008, quando ha ripreso con forza il tema del «sacerdozio comune dei fedeli». Non a caso il sottotitolo del convegno parlava di laici corresponsabili nelle comunità pastorali: l’obiettivo principale era dunque quello di ascoltare e far confrontare quanti sono coinvolti in questi cambiamenti: attualmente in Diocesi sono già state attivate oltre 60 Comunità pastorali e non è improbabile che molte altre siano istituite a breve.
Prima del convegno è stato distribuito un questionario compilato dai gruppi di Ac che già vivono la realtà di Comunità pastorale. L’analisi dei dati raccolti è stata affidata a Francesco Marcaletti, sociologo dell’Università Cattolica, vice presidente del settore Giovani negli anni Novanta e direttamente coinvolto nella Commissione arcivescovile per la Pastorale di insieme. Dai dati emerge che nella Zona pastorale V si è realizzata la maggior parte di Comunità pastorali (37% ); la media prevalente degli abitanti di una Comunità è di 5/10 mila persone; il 30% delle Comunità si sono avviate nel 2008 e il restante 70% a partire dal 2006. Mediamente una Comunità pastorale appare costituita da tre parrocchie e tre è anche il numero di sacerdoti presenti nel direttivo. Altre figure pastorali presenti nelle varie comunità sono soprattutto suore, diaconi e responsabili laici dell’oratorio.
Tra progettazione e attuazione di una Comunità pastorale normalmente trascorrono sei mesi, comunque non più di un anno. Per quanto concerne i processi di trasformazione, vengono evidenziati la revisione degli orari delle celebrazioni e degli incontri, l’unificazione delle liturgie significative, l’alternanza dei preti nelle celebrazioni, la maggiore conoscenza tra le persone, la formazione comune e il richiamo all’Ac a curare la formazione dei laici adulti. Pastoralmente viene favorito uno stile di comunione, vengono affidati ai laici alcuni settori della pastorale e viene dato nuovo impulso alla missionarietà.

Le sfide per preti e laici

Quali le principali sfide poste al prete? Per la dimensione ministeriale, una maggiore fraternità con gli altri preti, vivere la collaborazione e la progettualità con altri carismi anche laicali, attivare corresponsabilità a tutto campo, essere pastori di una comunità allargata e essere un po’ meno parroci. Per quella spirituale: concentrarsi sull’essenziale, educare i laici a superare il campanilismo, formare spiritualità laicali.
Per l’Ac il cambiamento ha creato più occasioni di incontro e l’associazione è stata coinvolta nella costituzione delle nuove Comunità. Le nuove situazioni pastorali hanno portato a una diversa “rimodulazione” soprattutto dei Centri di ascolto, gruppi Caritas, Unitalsi e delle Conferenze di San Vincenzo. La creazione delle nuove Comunità aumenta i contatti tra preti e laici, allarga le relazioni con gli altri laici, rende la collaborazione più costruttiva e la progettualità più condivisa, con stile di missionarietà, superamento dei campanilismi, obbligo di aprirsi agli altri, più confronto tra gli educatori della Pastorale giovanile, crescita spirituale, sviluppo di progetti pastorali, superamento dell’immobilità. La Comunità pastorale è vista come una chance per l’Ac, perché essa può nascere là dove non esiste, stimola una maggiore crescita associativa e può far riscoprire la vocazione laicale. Occorre quindi un’agenzia forte che educhi alla socializzazione: in questo l’Ac gioca il suo ruolo dentro una realtà parrocchiale che cambia identità e dove si perdono sempre più i punti di riferimento. I soci richiedono una nuova formazione di carattere spirituale (che serve anche ai presbiteri).
La prospettiva per l’Ac è allora quella di continuare a mantenere il presidio della formazione della coscienza battesimale dei laici. Fondamentale è la formazione di un laicato qualificato e pastoralmente attento, così come il riconoscimento di un laicato “non” impegnato e il supporto a un laicato che si è smarrito, ma che costituisce un grande patrimonio.