Alle 7.35 della mattina di lunedì 21 aprile 2025, papa Francesco è ritornato alla casa del padre. Ad un anno preciso di distanza, la Diocesi di Milano e i sacerdoti ambrosiani hanno dedicato parte di questa giornata per ricordare i momenti che hanno contraddistinto i dodici anni del suo pontificato, cominciato il 13 marzo 2013.
Con lo stesso animo anche l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, è intervenuto ai microfoni di Radio Marconi, per riflettere su quanto, ancora oggi, continua a sollecitare il magistero di Francesco nella Chiesa e nella società.
Eccellenza, c’è un aspetto dell’eredità di papa Francesco di cui sente che dobbiamo farci carico in modo particolare oggi?
Un aspetto che mi ha molto colpito è una specie di quasi nervosismo, di fatica ad accettare l’immobilismo; un desiderio – che forse più volte ha sentito come frustrato – di una Chiesa più povera, più capace di gioire con i poveri. Come se fosse un desiderio di cui non vedeva la condivisione che si sarebbe aspettato, almeno da alcuni.
C’è un ricordo, un incontro, un gesto che porta ancora con sé di papa Francesco?
È stato lui a farmi Arcivescovo di Milano, quindi questo è un impegno che mi ha dato, di cui sono onorato, anche se non so se è stato un bene per me e per la Chiesa. Comunque si sa che bisogna accettare. L’ho incontrato relativamente poche volte. Quando l’ho incontrato, quello che mi ha sempre detto è come una sorta di apprezzamento più per i tratti personali. Non siamo mai entrati in argomento sulle attività pastorali, sui progetti, non abbiamo avuto occasione. Invece c’è stata una specie di simpatia, di desiderio di incoraggiamento, nelle poche volte in cui l’ho incontrato.







