«Papa Francesco ci diceva sempre: “Avanti, avanti, non preoccupatevi”, per dire che non ci avrebbe mai lasciati soli. Era una persona accogliente, con una cura speciale per le relazioni, aveva humour e questo non guasta mai». È un ricordo della persona, prima ancora che del confratello nel sacerdozio e nella Compagnia di Gesù o relativo al magistero, quello a cui dà voce padre Giacomo Costa, strettissimo collaboratore del Pontefice scomparso un anno fa, la mattina del 21 aprile 2025. Padre Costa è anche accompagnatore spirituale nazionale delle Acli e vicepresidente della Fondazione Carlo Maria Martini.
I funerali di papa Bergoglio, con il lunghissimo corteo attraverso le vie di Roma tra due ali di folla, sono stati la testimonianza di questa sua empatia con la gente…
Ripensando a quella mattina mi vengono ancora i brividi, anche perché per una serie di circostanze mi ero ritrovato praticamente da solo dentro San Pietro, prima dell’inizio della celebrazione. Per me è stato un momento fortissimo, al quale penso spesso.

In estrema sintesi, il magistero di Francesco si potrebbe cristallizzare attraverso alcune immagini divenute icone del nostro tempo, come la visita a Lampedusa o l’apertura della Porta santa del Giubileo della Misericordia a Bangui, nella Repubblica Centrafricana…
Sono due istantanee che fanno toccare con mano il suo modo di vivere la fede e di accompagnare la Chiesa con misericordia. Penso a quando, a Lampedusa, ha gettato nel Mediterraneo una corona di fiori per ricordare la strage dei migranti: un piccolo gesto concreto che però, messo in fila con tanti altri, ha formato una cultura della misericordia che può essere piccola, debole, fragile, ma può anche essere capace di trasformare l’umanità.
Non si può non pensare alla Dichiarazione di Abu Dhabi, siglata nel 2019 dal Papa e dal Grande Imam di Al-Ahzar, e all’enciclica Fratelli tutti. Che eredità lasciano al mondo?
Quella firma congiunta fu veramente un esplodere di speranza, ma anche di denuncia di tutte le narrazioni che suscitano odio, violenza, polarizzazione, sovranismi. È l’aspetto profetico delle religioni chiamate a portare pace e non divisione. Fratelli tutti fu promulgata all’inizio di ottobre 2020, passati pochi mesi da quel 27 marzo 2020 in cui, nel momento più tragico della pandemia, papa Francesco, solo sotto la pioggia in piazza San Pietro, aveva affidato il mondo a Dio. L’enciclica nacque anche dalla consapevolezza di essere tutti sulla stessa barca. Purtroppo non ci abbiamo messo molto a dimenticarlo.
Francesco è stato il Papa della «Chiesa in uscita», dell’«ospedale da campo», del non stare a Balconar, della Laudato si’, che portavano inevitabilmente a parlare di conversione della Chiesa. Il cammino sinodale è stato, per Bergoglio, il punto di non ritorno di tale conversione?
Il concetto di sinodalità è stato paradigmatico di una Chiesa che impara, al suo interno e nelle sue relazioni, a valorizzare ciascuno, a riconoscere tutti i doni e i carismi. Questo camminare insieme del Sinodo universale (di cui Costa è stato segretario speciale, ndr) ha portato a qualcosa di molto profondo, che papa Leone ha ripreso come logica di unità nel proprio magistero: nella Messa per il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione ha chiesto, infatti, di proseguire in un cammino contro le divisioni e le polarizzazioni.
Il 25 marzo 2017 papa Bergoglio visitò Milano. Il giorno successivo, all’Angelus, disse di essersi sentito a casa nella «Milàn col coeur in man». Forse perché la Chiesa ambrosiana, nelle sue tante articolazioni – i sacerdoti e i consacrati in Duomo, il milione dei fedeli per la Messa, i giovani a San Siro -, ma anche la Milano della sofferenza (con il carcere di San Vittore e la periferia delle Case Bianche), avevano mostrato un volto “sinodale”?
Sì, credo proprio che potremmo dire così. Ripenso sempre con emozione a quella giornata indimenticabile, che seppe offrire un’immagine di Chiesa bella, al passo con i tempi, unita. Papa Francesco era veramente molto felice di aver compiuto la visita.






