«Libano: il dramma della guerra, la speranza della convivenza. Se ce la fate voi, c’è speranza». Bastano queste parole – titolo di un affollato incontro nel contesto di «Fa’ la cosa giusta», 22ma edizione della Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili – per capire cosa stia accadendo nel Paese dei cedri, da due settimane in guerra. Una guerra non dichiarata e non voluta, fatta di bombardamenti e fughe dal sud, al confine con Israele, da allarmi, da incursioni nei cieli che hanno portato finora a 800 mila sfollati.
Di tutto questo – allargando lo sguardo anche più in là rispetto al conflitto in atto – si è parlato nel dialogo tra il vescovo latino di Beirut monsignor César Essayan, don Carlo Giorgi, milanese di origine, da 10 anni prete in Libano, i giornalisti Camille Eid e Nello Scavo, moderati dalla collega Chiara Zappa.

Libano: un mosaico di 18 comunità
Inizia il vescovo, che racconta appunto degli «800 mila sfollati che vivono in macchina, di tanti bimbi per le strade, della gente che dorme davanti alle moschee e di quella accolta dalla Chiese cattolica e protestante. Solo nella chiesa dei gesuiti ci sono 160 sfollati».
«In Libano – prosegue monsignor Essayan – ci sono tanti migranti, soprattutto lavoratori domestici, che vengono lasciati indietro dalle famiglie che scappano. Il governo non se ne prende cura perché considerati stranieri. La popolazione vive in uno stato di oppressione continua, sentiamo tutto il giorno il brusio dei droni e questo ci rende insicuri. Ma la vita deve continuare».
Parole condivise da don Giorgi, che normalmente lavora nella parrocchia anglofona San Giuseppe della chiesa latina, avendo come fedeli soprattutto lavoratori originari di diverse parti del mondo. «Siamo un mosaico di gente – spiega -, ma la nostra, la domenica è proprio la vita di una parrocchia. Ora abbiamo circa 150 migranti – 20 bambini hanno meno di tre anni – arrivati dal sud del Paese e scappati letteralmente a piedi. Nel giro di una settimana l’accoglienza ha funzionato: abbiamo preso i nomi, valutate le necessità anche di tipo medico, trovato lo spazio. La cosa strepitosa è che la gente è buona, ci porta tanto, pasti gratuiti e altro. La maggioranza dei profughi viene dal Sudan da cui sono scappati per la guerra e adesso devono scappare dal Libano».

Uno Stato a sovranità limitata
Camille Eid, da parte sua, ricorda padre Pierre El-Rahi, il sacerdote maronita di Caritas Libano, ucciso dalle bombe mentre soccorreva due feriti e altri volontari uccisi: «Il sud del Libano è a maggioranza sciita, ma ci sono anche fasce di villaggi cristiani, drusi e sunniti, tanto che i cristiani che vivono nel profondo sud del Libano – l’alta Galilea dei tempi di Gesù – sono tra il 15 e il 20%. Per tale ragione bisogna uscire da una visione fatta solo di appartenenze: stiamo vivendo momenti cruciali che hanno comunque uno scopo, svuotare intere aree a prescindere dalle popolazioni che le abitano. E questo perché il Libano, con le sue 18 comunità diverse, è il contrario dello Stato confessionale che si vorrebbe creare».
Insomma, come ha scritto in un suo recente articolo Scavo, «il Libano è uno Stato che da tempo non controlla più il proprio destino». «Sì, è ormai un Paese a sovranità limitata», conferma il giornalista di Avvenire anche durante l’incontro, richiamando il suo invio in quelle zone come corrispondente di guerra. «Per questo c’è una responsabilità della comunità internazionale. Il Libano è un sogno non solo perché un Paese magnifico, ricco di storia, ma perché è riuscito a trovare forme di convivenza armonica anche nelle istituzioni – per esempio, il Capo dello Stato è cristiano, quello del Parlamento è sciita -, per cui è una sorta di spina nel fianco, di pietra dello scandalo perché dimostra che si può convivere e che è un modello esportabile. Perciò osserviamo come da tante parti si voglia distruggere il sogno del Libano per un Medio Oriente diverso. Per me stare vicino a questi popoli significa non caricarli dei nostri pensieri di occidentali, ma capire quanto sono disposti a mettersi a rischio e cosa stia veramente accadendo».

Uscire dalle crisi più forti
Infine, è ancora monsignor Essayan, a entrare più nel profondo di un’analisi della condizione presente che sfugge alla superficialità della semplice contabilità delle colpe: «Il Libano ha avuto la sua indipendenza nel 1943, ma già nel 1958 si sono manifestati i primi problemi. Però la formula con cui era stato pensato il Paese era buona, occorreva solo maturarla. Uno dei temi che, come Chiesa, abbiamo affrontato è una purificazione della memoria, ma questo non piace, perché vuole dire ammettere che quello che è successo è un po’ colpa di tutti e siamo chiamati anche noi a cambiare linguaggio. I nostri partiti politici hanno lavorato sull’apparenza confessionale per dividerci, ma noi siamo tutti libanesi: quante famiglie da noi sono miste, eppure si vive in pace. Per questo un partito politico che si definisce cristiano è già un pericolo e questo vale anche per i musulmani. Avere un partito veramente libanese: questa è la vera sfida, quando si riuscirà a riunire i cittadini intorno a una Carta nazionale. L’enciclica Fratelli tutti o il documento sulla fratellanza umana firmato in Abu Dhabi nel 2019 da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar, Al-Tayeeb, possono essere buoni punti di partenza. Se noi siamo forti e convinti di quello che siamo, non saremo sempre costretti a preoccuparci di quello che vuole fare Israele o gli altri».

A suggellare l’incontro è Ziad Taan, da poco insediatosi a Milano come console generale del Libano: «È chiaro che in Libano tutte le confessioni vivono in pace con un sistema politico costruito intorno al mosaico che è il Paese. La formula libanese può avere successo e ha già dimostrato punti forti. I problemi sono a livello politico e non sociale e sono convinto che usciremo da questa crisi ancora più forti».
L’applauso convinto che sottolinea queste parole, in fondo, è già un segno di speranza, come nota qualcuno dal pubblico.





