Anche il cieco vorrebbe essere felice
Per quanto possa sembrare ingenuo, anche il cieco vorrebbe essere felice. Forse qualcuno pensa che il cieco è infelice perché è cieco, e potrebbe anche essere.
Però la domanda che inquieta Gesù e lo commuove è quello che dice il cieco: «Di me, di quello che sono io, proprio io, interessa qualche cosa a qualcuno?».
Il cieco guarito ha qualche ragione per essere infelice
I discepoli che interagiscono con il cieco rappresentano la teologia dell’astrazione.
Il cieco non interessa, non interessa sapere che cosa pensa, che cosa vuole. Non interessa il suo desiderio di essere felice. È, invece, interessante il suo caso. Interessa la condizione del cieco e le domande teologiche a proposito della sua condizione, le domande generali che riducono la storia della persona a un caso fra tanti.
Ha ragione il cieco di essere infelice: non è considerato una persona, ma un caso.
Poi il cieco incontra i vicini di casa, che rappresentano la curiosità degli indifferenti.
Sono i pettegoli che amano discutere di tutto quello che capita in paese. Hanno pareri diversi e chiacchierano del più e del meno. Ma a loro non interessa dell’uomo che ha riacquistato la vista, solo ritengono curioso e interessante ciò che gli è capitato.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: nessuno si interessa di lui, è solo un oggetto di curiosità.
Incontra e vede finalmente i suoi genitori, che rappresentano la paura.
Il loro figlio è guarito grazie all’incontro con Gesù, ma essere amici di Gesù è pericoloso. Sì, si può immaginare che avessero caro il loro figlio cieco e ora guarito, ma più cara è la sicurezza e più forte la paura. È ormai un uomo fatto, pensi lui a cavarsela nelle complicazioni in cui si mettono quelli che prendono le difese di Gesù.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: neppure ai suoi genitori interessa di lui.
Non parliamo poi dei farisei, gli esperti di leggi e di religione: la discussione, anzi l’inquisizione si accanisce perché non vogliono credere in quello che il cieco guarito racconta a proposito della sua guarigione né della sua opinione a proposito di Gesù. Ai farisei non interessa né il cieco, né la guarigione. Interessa piuttosto istruire il processo per condannare Gesù. Perciò la discussione si conclude con la cacciata dell’uomo dalla sinagoga.
Ha ragione il pover’uomo di essere infelice: l’hanno cacciato dalla sinagoga e come scomunicato.
Gesù lo cerca
Ma se non conta niente per nessuno, c’è Gesù che si prende cura di lui e lo libera dalla cecità e lo va a cercare nella sua solitudine. Gesù cerca il pover’uomo e non per dire qualche parola patetica di consolazione, ma per chiamarlo alla fede.
Il pover’uomo non solo può stare meglio e vivere senza chiedere l’elemosina: può addirittura trovare la via della felicità. Fino a questo punto Gesù si interessa al pover’uomo infelice, fino a esporsi al sospetto e alla condanna da parte dei farisei. Gesù si interessa proprio di lui, più che del sabato, più che della legge di Mosè, più che di se stesso.
La sollecitudine di Gesù è rivelare al pover’uomo l’amore che lo cerca, che lo accompagna, che offre la possibilità di essere felice.
Ci sono uomini e donne che ritengono di avere delle buone ragioni per essere infelici: ma Gesù non le cerca? Gesù non si interessa di loro? Gesù non propone a loro, come al pover’uomo che era cieco ed è guarito, la via della fede?





