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Intervento

Delpini: «La Chiesa sinodale “corre”, osa, accoglie e sa ascoltare»  

A Rho Pastorale, Presbiterale, Decani ed Equipe sinodale si sono riuniti per la prima volta in sessione congiunta sotto la presidenza dell’Arcivescovo per discutere della ricezione del Documento finale

di Annamaria BRACCINI

28 Febbraio 2026
Mons. Mario Delpini (foto Andrea Cherchi)

Una “prima volta” attesa e vissuta con impegno e partecipazione, in un clima disteso e costruttivo. La sessione che ha visto riuniti, presso il Centro Congressi del Collegio dei Padri Oblati di Rho, il Consiglio Presbiterale, il Consiglio Pastorale diocesano, il Collegio dei Decani e l’Équipe sinodale, è stato questo.

Una giornata, iniziata con un momento di preghiera guidato da madre Maria Ignazia Angelini, proseguita con la relazione Alphonse Borras, canonista e teologo belga di fama internazionale docente all’Università di Lovanio, e, nel pomeriggio, con di 18 gruppi di lavoro e con la sessione plenaria conclusa dall’Arcivescovo. E tutto per un appuntamento che, con il titolo Portiamo il sinodo in casa, come chiede il vescovo Mario Delpini nella sua Proposta pastorale, “Tra voi, però, non sia così”, ha inteso dare impulso a questo processo, alla luce del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, “Lievito di pace e di speranza e con la ripresa e l’approfondimento dei due temi già affrontati in diocesi come contributo al Cammino: la formazione sinodale e missionaria e alla sinodalità, e la corresponsabilità nella guida della comunità. I due contesti su cui hanno lavorato, per ciascuno, rispettivamente 9 gruppi, con l’ausilio di alcune schede.    

La Proposta pastorale

E così, a partire dal percorso sinodale vissuto dalla nostra Chiesa, radicati nella Proposta pastorale per l’anno in corso, lo sguardo del vescovo Delpini si è già rivolto a quella per 2026\2027. Infatti, suggellando l’assise, ha detto. «L’idea è che una prima bozza di Proposta possa essere presentata ai Consigli e ai Decani nel periodo del prossimo maggio proprio come sintesi di prospettiva di ciò che si è detto oggi, per una ricaduta anche a livello locale di quanto qui si è dibattuto con entusiasmo. E questo per dire l’apprezzamento e anche il mio sincero desiderio che diventi uno stimolo per una prassi che non aggiunga cose a cose, ma che ci permetta di osare».

(foto Andrea Cherchi)

Un’ipotesi nata anche dall’ascolto dei partecipanti alla sessione e per la quale, naturalmente, l’Arcivescovo attende, dall’Équipe preparatoria, la relazione sintetica dei lavori svoltisi a Rho. «Mi sono chiesto come il gruppo di discepoli, un poco deludente, che accompagnava Gesù è riuscito a divenire una comunità unita di apostoli che sono andati tutti a morire martiri per il Vangelo? Cosa li ha trasformati? La Pentecoste. Anche noi dobbiamo invocare lo Spirito, trovando il modo che tutto ciò che facciamo sia guidato da uno Spirito. Mi pare che le nostra comunità abitualmente sono segnate più dalla desolazione che dall’ardore: ma la Chiesa è missione, condividendo la speranza. Noi abbiamo una missione e perciò dobbiamo essere un popolo checammina sulle strade della terra per tenere viva la speranza. La sinodalità non può essere solo ragionamento sul modo con cui funziona la Chiesa, ma deve essere cuore della missione».

La partecipazione sia per la missione

Tanto che ha continuato monsignor Delpini – al titolo “Comunione, partecipazione, missione (i tre pilastri del Sinodo universale voluto da papa Francesco) avrei preferito “Comunione, missione e partecipazione. La sinodalità significa fare un discernimento e prendere decisioni, ma su cosa? Su questo dobbiamo riflettere. Partecipare è importante, ma occorre che tale partecipazione non sia in vista di una migliore organizzazione ma sia per la missione. C’è come uno stridere, oggi, tra la missione e la macchinosità del nostro vivere quotidiano: per questo dobbiamo inserire nel nostro tempo l’invocazione dello Spirito, il tempo dell’adorazione, della preghiera, dell’ascolto della parola di Dio».

La relazione del professor Borras

Parole, queste, che sono state un ulteriore arricchimento – declinato anche nella nostra realtà ecclesiale –  di quanto era emerso in mattinata con la comunicazione del professor Borras.

«Il rischio contemporaneo è la “retorica inflazionistica”: parole come sinodalità e corresponsabilità possono diventare simboli vuoti se non collegate a pratiche concrete. La corresponsabilità nasce dal battesimo, che immerge i fedeli nel mistero pasquale, ristabiliti nella loro dignità di figli di Dio, creando fraternità ecclesiale. La corresponsabilità rinvia a una comune responsabilità; non significa però identica responsabilità per tutti: esiste una differenziazione basata su carismi, ministeri, competenze ed esperienze dei fedeli. Tutti i battezzati laici, consacrati e ministri sono corresponsabili della missione “in questo luogo” a seconda dei loro carismi rispettivi e della loro vocazione», ha spiegato il teologo che ha aggiunto «Per favorire la partecipazione di tutti e disporre la comunità alla sua missione di annuncio del Vangelo, ci vuole la collaborazione ministeriale di alcuni. Occorre quindi favorire una vera “pluriministerialità” che valorizzi la diversità di servizi e ministeri “insieme per la missione”. La corresponsabilità è, quindi, apprendimento pratico: si esercita camminando insieme, ascoltando la Parola di Dio, discernendo comunitariamente e articolando la testimonianza di “tutti”, la collaborazione di “alcuni” e l’autorità di “uno”. Richiede strutture istituzionali, leadership pastorale dinamica e formazione integrale e continua. Questo learning by doing non può avvenire senza la comunità: “Semper in Ecclesia, numquam alii sine aliis”, sempre con la Chiesa, mai gli uni senza gli altri».

Una prima restituzione dei Lavori di Gruppo

Particolarmente interessante anche il momento pomeridiano plenario nel quale Miriam Giovanzanae Paolo Rappellino – membri dell’Équipe sinodale, sul palco dei relatori accanto al vescovo Mario, alla presidente della Commissione per la Sessione unitaria, Valentina Soncini, e a monsignor Ivano Valagussa, vicario episcopale per la Formazione permanente del Clero e coordinatore delle attività dei due Consigli –  hanno comunicato una prima resa dei Lavori di gruppo definiti «un momento di grazia e di luce».

(foto Andrea Cherchi)

«Il lavoro è andato molto bene», ha continuato Rappellino. «Mi colpisce il fatto che le parole emerse si somiglino tutte: franchezza, sincerità, abbassare le difese. Restituiamo l’immagine di una Chiesa che si sa ascoltare».

Da parte sua, Giovanzana, che ha sintetizzato il lavoro sulla corresponsabilità nella guida della comunità, ha sottolineato la parola relazione come ambito di fecondità e di promessa. «L’accento èstato sulla corresponsabilità e sul tema specifico della guida della comunità, che è il compito che abbiamo e, dunque, si è dialogato sull’autorità. La parola che ha tenuto insieme tutto è stata la fiducia, la franchezza nel dire la concretezza di esperienze pastorali, perché la fiducia reciproca consente di liberare energie aiutando tutti a correre. “Correre”: un verbo bello risuonato più volte».  

Per noi – Rappellino si riferiva al nucleo tematico della formazione – rispetto al correre, è emersaanche la questione dell’osare. L’essere comunità accogliente ha a che fare con la fiducia».

«Impariamo dall’esperienza, impariamo facendo, dandoci tempo e spazio per rileggere insieme le esperienze», ha osservato Giovanzana. Altri temi segnalati sono stati la richiesta di una semplificazione dei calendari e delle strutture,«magari facendosi dare, come preti, una mano nell’amministrazione delle parrocchie o conoscendo esperienze in atto in realtà della Chiesa italiana. Una semplificazione chiesta anche per venire incontro agli impegni e ai tempi laicali». E, ancora, il problema di come subentrare nella guida dellacomunità, migliorando i passaggi (un nervo scoperto); come nutrire un vero sentimento di fraternità, «quando si parla di corresponsabilità». Senza dimenticare le richieste di allargamento delle forme assembleari sul territorio e, laddove sia possibile, unificando ancora il Presbiterale, il Pastorale diocesano e i Decani, e la comunicazione e «dell’imparare a raccontarci, perché secondo alcuni, siamo una Chiesa che si sa raccontare poco dal punto di vista delle esperienze».

(foto Andrea Cherchi)

Tra le questioni di carattere formativo, l’iniziazione Cristiana e il centrare l’attenzione sul fatto che siamo tutti battezzati, «che permette fiducia reciproca energia ed entusiasmo».

«L’assemblea sinodale quando funziona è un’occasione feconda per allargare lo sguardo, come un ambito già di confine tra il dentro e il fuori: è un esperienza di missionarietà. Oggi non esprimiamo un nuovo documento, ma un inizio promettente di cammino», la conclusione, prima degli interventi liberi tutti concordi nell’evidenziare la positività dell’esperienza appena vissuta.