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Delpini: «Il Papa ha espresso l’orientamento a non accettare subito le mie dimissioni»

Le parole dell’Arcivescovo sulla prosecuzione del suo ministero episcopale a Milano pronunciate in Duomo durante la celebrazione penitenziale per il clero diocesano. «Resto volentieri perché mi sento onorato e grato. Pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso». In merito alle notizie di sacerdoti che hanno scelto di lasciare il ministero, ha sottolineato che «il nostro presbiterio è ferito e forse anche arrabbiato»

di Annamaria BRACCINI

24 Febbraio 2026
L'Arcivescovo mons. Mario Delpini annuncia la prosecuzione del suo ministero episcopale

«Si avvicina il giorno del compimento del 75esimo compleanno e ho pensato di chiedere una udienza a papa Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. In sostanza ho esposto al Papa le buone ragioni che consigliano di provvedere alla mia sostituzione durante l’estate 2026. Il Papa ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo».

L’annuncio

Sono state queste le parole con cui l’Arcivescovo, a conclusione della celebrazione penitenziale per il Clero, svoltasi in un Duomo gremito di oltre 800 sacerdoti, ha annunciato la decisione del Santo padre per il futuro dell’arcivescovo di Milano che, come tutti i vescovi diocesani secondo il canone 401 del Codice di Diritto canonico, al compimento del 75° anno di età – per monsignor Delpini sarà il prossimo 29 luglio – sono invitati a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, che valuta le circostanze e decide se accettarla o differirla. E l’Arcivescovo che ha subito aggiunto: «Per quanto io sia piuttosto fanatico delle scadenze e abbia esposto le buone ragioni per il passaggio, accetto volentieri questa indicazione ancora ufficiosa. Pertanto ho deciso di programmare l’anno pastorale 2026/27 come se dovessi rimanere qui tutto l’anno, ossia un anno ordinario di ministero a Milano. Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Devo, però, dirvi che resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, in questo clero diocesano. Resto volentieri perché sono onorato di far parte di questo clero, sono edificato, ad esempio, da alcuni confratelli ammalati che vivono la malattia con tanta fortezza. Sono contento di essere qui con voi e con tutto il popolo cristiano».

Le ha pronunciate al termine della celebrazione penitenziale per il clero diocesano, collocata tradizionalmente all’inizio della Quaresima ambrosiana e svoltasi questa mattina 24 febbraio in Duomo. Mons. Delpini ha affrontato la questione del futuro del suo ministero episcopale: secondo il canone 401 del Codice di Diritto canonico i vescovi diocesani, al compimento del 75° anno di età – per mons. Delpini il prossimo 29 luglio – sono invitati a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice, che valuta le circostanze e decide se accettarla o differirla. 

«Devo quindi prevedere – ha proseguito mons. Delpini – che continuerò a esercitare il mio ministero di Arcivescovo di Milano per qualche tempo. Per quanto io sia piuttosto fanatico delle scadenze e abbia esposto le buone ragioni per essere rapidamente sostituito, accetto volentieri l’indicazione ufficiosa. Pertanto ho deciso in cuor mio di programmare l’anno pastorale 2026/27 come un anno ordinario di ministero a Milano. Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità».

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Il presbiterio ferito

E parlando del presbiterio, il pensiero dell’Arcivescovo è andato anche a questi tempi in cui «il nostro presbiterio è ferito e forse anche arrabbiato per l’abbandono di alcuni confratelli che hanno scelto di lasciare il ministero, qualcuno con un clamore esagerato, qualcuno con un passaggio più discreto. A dire la verità sono anch’io un po’ ferito», ha confidato monsignor Delpini. «Infatti, le ragioni addotte da chi ha chiesto di lasciare il ministero o di sospenderne l’esercizio sono spesso su elementi di cui io ho la responsabilità come il fatto che carichiamo sulle spalle dei preti pesi insopportabili; che le parole che io uso per esprimere la mia cura per il ministero – il passaggio dal presbitero al presbiterio, la fraternità, la sinodalità, la missione, la gioia del Vangelo – sono considerate come sublimazioni mistificanti; il fatto che io indichi obiettivi ideali e che, poi, non ci si prenda cura di provvedere a condizioni che rendano praticabili tali ideali. Sono osservazioni che hanno a che fare, quindi, con il governo della Diocesi di cui io ho la responsabilità, sono rilievi che mi danno molto da pensare e non sono molto incoraggianti per aiutare i giovani che vogliono fare il prete. Cerco di fare quello che posso e sono molto grato a tutti i vicari, i confratelli, i collaboratori che con me sono feriti: insieme cerchiamo le condizioni perché possiamo essere dei preti che portano nella propria vita lo stile di Gesù, riuscendo a fare questo perché sono condotti e incoraggiati dalla presenza di Gesù,  come ci dice san Paolo».

Non è mancato, inoltre, un «appello a praticare un generoso contributo alla cassa comune del clero che è la Fondazione Opera Aiuto Fraterno» con la colletta nella Messa crismale «che interpreta l’uso del proprio denaro come un fattore che impegna a tale cassa comune la quale si prende cura con tanta sollecitudine e competenza dei preti anziani a malati. Viviamo la Messa crismale come un momento di appartenenza a questa cassa comune».

Infine, un ultimo annuncio relativo alla «indicazione normativa che ribadisce e precisa le indicazioni per la “casa del prete” e per il “trasloco del prete”».

La Celebrazione penitenziale

Così, con la preghiera corale del Padre Nostro e la benedizione, si è conclusa l’intensa mattinata della Celebrazione penitenziale per i sacerdoti (una “penitenziale” per i laici è prevista sempre in Duomo, la mattina del lunedì della settimana santa, 30 marzo), vissuta con il titolo: “Vivete in pace con tutti. Uomini di pace perché perdonati”.

Presieduta dall’Arcivescovo, la celebrazione, guidata dal penitenziere maggiore della Cattedrale e responsabile del Servizio per la Pastorale liturgica, monsignor Fausto Gilardi, si è aperta con l’introduzione del vicario episcopale per la Formazione Permanente del Clero, monsignor Ivano Valagussa. L’ascolto del capitolo 12 della Lettera di San Paolo ai Romani, la successiva meditazione del vicario generale, monsignor Franco Agnesi, ispirata al titolo della “penitenziale”, il momento dell’esame di coscienza, le confessioni individuali (una trentina i confessori tra le navate della Cattedrale), hanno preceduto l’ “Actio”, ossia l’impegno penitenziale proposto dal vescovo Mario a tutto il clero.

«Domandiamoci se il nostro modo di parlare, se le parole che diciamo in privato o nei Consigli, almeno intenzionalmente vogliono rendere migliore chi ci ascolta», ha osservato l’Arcivescovo, richiamando il Messaggio per la Quaresima del Papa teso, a sua volta, a domandare l’«astensione dalle parole che feriscono, dalle parole taglienti», per lasciare spazio a parole di speranza e pace.

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