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Intervista

Valagussa: «Pellegrini in Terra Santa per testimoniare la nostra vicinanza»

Fino al 6 febbraio è in corso l’esperienza del clero diocesano con l’Arcivescovo. Il Vicario per la formazione permanente: «Siamo qui per “metterci in mezzo” a questa umanità e a questa storia, e capire cosa anche noi possiamo fare per la pace»

di Matteo GALIÈ

5 Febbraio 2026
I pellegrini ambrosiani all'Herodion

«Il primo significato di un gemellaggio è quello di guardarsi in faccia, di dire che ci siamo e che proviamo a camminare insieme, guardando avanti con fiducia e attingendo a quell’amore che è stato riversato nei nostri cuori. Uno dei motivi che ci ha portato in Terra Santa è quello di andare alla sorgente della nostra fede, che è un amore presente e vivo e che dobbiamo riscoprire e condividere insieme». A metà del pellegrinaggio che sacerdoti e diaconi permanenti ambrosiani (alcuni con le loro consorti) stanno compiendo con l’Arcivescovo in Terra Santa fino al 6 febbraio, monsignor Ivano Valagussa, vicario episcopale per la Formazione permanente del clero (promotrice dell’iniziativa), riassume così il senso dell’esperienza.

La Messa alla Basilica dell’Annunciazione

Che situazioni avete trovato nei luoghi di Gesù?
Gesù è rintracciabile attraverso non solo i luoghi santi, ma anche le persone che incontriamo. Già il primo giorno abbiamo avuto una sorpresa: prima di arrivare a Nazareth ci siamo fermati a Reineh, una vicina cittadina della Galilea, e siamo stati accolti dalla comunità cristiana per la Messa. Il parroco ci ha rivolto un benvenuto molto singolare, dicendoci: «Possiamo raccontarvi tante cose che abbiamo vissuto in questo periodo, che ci hanno fatto anche soffrire, ma che ci portano a dire: adesso guardiamo avanti, vogliamo superare questo momento e vi ringraziamo perché la vostra presenza ci incoraggia». Il senso di un pellegrinaggio in Terra Santa passa anche attraverso questa solidarietà, questa vicinanza, questa prossimità tra comunità cristiane.

L’incontro con il cardinale Pizzaballa

Parliamo di luoghi e di comunità ovviamente sfiancate dal conflitto. Proprio ieri avete incontrato il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pizzaballa. Quali indicazioni avete tratto?
Abbiamo raccolto anzitutto la testimonianza della responsabilità che il Patriarca ha nel rappresentare la Chiesa cattolica in Terra Santa. E poi della fiducia da parte di chi si è affidato e si affida continuamente con i propri preti impegnati nella testimonianza della vita cristiana. Le responsabilità pesano, perché la situazione è complessa, ma è importante che la Chiesa sappia offrire un supporto, un aiuto, un incoraggiamento perché le parti in conflitto possano davvero tornare a dialogare.

Al di là del conflitto, perché ha senso ancora oggi un pellegrinaggio in Terra Santa?  
Ha senso anzitutto perché la Terra Santa è uno dei luoghi più significativi non solo per la fede, ma per il periodo storico che stiamo vivendo. Qui si concentrano tante problematiche e tensioni, ma anche prospettive. Essere pellegrini vuol dire essere in mezzo a questa umanità e in mezzo a questa storia. Il tema dell’intercessione è molto importante: vogliamo essere pellegrini non solo in una dimensione intimistica di preghiera, ma anche di condivisione della preghiera stessa con le persone che incontriamo e che ascoltiamo. Ieri per esempio abbiamo ascoltato un Rabbino e abbiamo visitato una sinagoga italiana a Gerusalemme, incontrando il Presidente della comunità ebraica italiana in Israele, oggi incontreremo il professor Mustafa Abu Sway, docente di filosofia e di studi islamici. Questo proprio perché ci sia anche un ascolto interreligioso, che ci permetta poi di capire che cosa possiamo fare: metterci in mezzo, intercedere nella preghiera, nell’ascolto e, perché no, anche in quella docilità allo Spirito perché ciascuno possa davvero fare qualcosa per la pace nel mondo. Si può venire in Terra Santa, non solo perché non ci sono gravi pericoli, ma perché – lo ripeto – è molto importante che le comunità cristiane, anche le nostre parrocchie e Comunità pastorali, vivano questa prossimità con altre comunità cristiane qui in Terra Santa. È l’augurio che rivolgo non solo come esito di questo pellegrinaggio, ma anche come esperienza bella e formativa per ogni battezzato.

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