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Dibattito

Nell’era dei social, disarmiamo le parole e carichiamole di senso

Nel tradizionale incontro dei giornalisti con l'Arcivescovo di Milano, in occasione della festa del patrono san Francesco di Sales, presso l'Istituto dei Ciechi si è discusso delle nuove sfide della comunicazione, tra intelligenza artificiale, "parole ostili", ma anche importanti opportunità, anche di evangelizzazione. Con gli interventi di Michele Serra, Rosy Russo, Marco Ferrando, e il divertente monologo di "Lucy".

di Annamaria BRACCINI

31 Gennaio 2026

Le parole che sono pietre, come scriveva Carlo Levi,  le parole che sono importanti e che possono diventare proiettili che feriscono e uccidono, come si vede nell’immagine del manifesto di presentazione dell’incontro dell’Arcivescovo con il mondo della comunicazione. E, allora, che fare? Cercare di imparare un linguaggio diverso, anche come giornalisti, mettendo in campo (o, meglio, in pagina e sul web), parole disarmate e disarmanti, per usare un’espressione di papa Leone XIV. «Disarmare le parole nell’era dei social. La comunicazione come servizio alla pace, tra deontologia professionale, leggi del mercato e responsabilità personali», si è intitolato, infatti, l’incontro svoltosi, in occasione della festa del patrono dei comunicatori, san Francesco di Sales, presso la storica Sala Barozzi dell’Istituto dei Ciechi.  

Il “tavolo” dei relatori (foto ITL / Cherchi)

 

Il tema dell’incontro

Dopo i saluti iniziali di Stefano Femminis, responsabile dell’Ufficio delle Comunicazioni Sociali della Diocesi, è stato Riccardo Sorrentino, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, a ricordare ai molti colleghi presenti come «il linguaggio che utilizza termini bellici sia oggi diffuso. In questi contesti il dialogo e la mediazione paiono ingenuità e debolezza e  la disumanizzazione diviene quasi naturale. Disarmare il linguaggio implica una consapevolezza capace di andare oltre anche i nostri pregiudizi. Ricordiamoci che siamo eredi del compito nobile di trasformare i conflitti in procedure sane che evitano la distruzione dell’altro».

Da parte sua, il neo presidente di Ucsi Lombardia, Giuseppe Caffulli,  richiama il messaggio di papa Leone per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, con la sottolineatura di due parole-chiave, «il volto e la voce». «Papa Leone ci ricorda che l’informazione è un bene pubblico, non un prodotto qualsiasi e che la fiducia si costruisce con l’accuratezza e la trasparenza della responsabilità, non con l’inganno e l’opacità degli algoritmi. Questo è un messaggio esigente, ma è anche un messaggio di dignità per la nostra professione».

Un momento del brillante monologo di Ippolita Baldini, in arte “Lucy” (foto ITL / Cherchi)

Il monologo – applauditissimo –  dell’attrice Ippolita Baldini che interpreta “La Lucy”, una svaporata impiegata delle poste che parla solo con frasi fatte, di moda sui social, luoghi comuni e atteggiamenti stereotipati, prelude al dialogo tra i relatori: Michele Serra, storica firma di “Repubblica”, Rosy Russo, esperta di comunicazione e fondatrice di “Parole ostili” e Marco Ferrando, vicedirettore di “Avvenire”. A moderare l’evento, realizzato in partnership con Ucsi Lombardia, è Catia Caramelli, giornalista di “Radio 24”.

La superficialità che fa male

Inizia Serra che, in riferimento al «cambiamento strutturale impressionante in atto», sottolinea: «spaventa l’impossibilità di lavorare quella materia prima che è la parola, anche perché i social hanno cambiato il modo con cui ci si rapporta alla parola. Per questo – spiega – io sono fuori dal mondo social, perché fa subire il ricatto della velocità, dell’immediatezza per cui non si ha il tempo di rileggere nemmeno quello che si scrive. Rispettare le parole vuol dire curarle con approfondimento, mentre la superficialità fa molti danni: se si sceglie di attirare l’attenzione anche per un secondo, se ci si rassegna a essere solo un imbonitore, nel breve, si guadagna quel tanto di click che fa audience, ma si tradisce un mestiere che sarebbe quello di dare elementi di giudizio critico e di spiegazione dei fatti, e si porta, così, un danno all’ambiente pubblico». 

Michele Serra (foto ITL / Cherchi)

«Non possiamo permetterci di chiuderci scappando dall’informazione, è inaccettabile come cittadini, ma anche come cristiani. Per rendere credibili le parole dobbiamo essere più credibili noi per primi. C’è un problema di postura che è fondamentale in tema non solo di credibilità, ma di efficacia», chiosa Ferrando citando il Papa il quale, in una catechesi di qualche settimana fa sulla speranza, aveva evidenziato la figura della giornalista americana, libera e credibile, attivista e Serva di Dio, Dorothy Day. 

Il giornalista felice e il giornalista rilassato

Sulla metafora del giornalista felice e di quello rilassato come modelli oggi non molto apprezzati, ma da cui imparare, si incentra l’intervento dell’Arcivescovo.

«Il giornalista soddisfatto è quello a cui viene pubblicato il pezzo, che ha moti lettori, che è diventato un nome; il giornalista arrabbiato è quello che scrive e pubblica per suscitare emozioni, che usa le parole come armi per ferire, per creare un sentimento negativo, per screditare un paese, rovinare una vita. Ma io vorrei scrivere la storia di un giornalista felice, colui che a Natale ha parlato di Gabriele, il ragazzo down che suona la zampogna. E ha fatto felice Gabriele. La felicità consiste nel rendere felici gli altri. Il giornalista felice è capace di scrivere bene componendo una prosa che si rilegge volentieri, ha il gusto della lingua. E, dunque, è chi interpreta la parola come qualcosa che ha a che fare con Dio».

L’intervento dell’Arcivescovo Delpini (foto ITL /Cherchi)

Poi – continua il vescovo Mario -, «c’è il giornalista rilassato che produce poco, però quello che scrive viene letto e apprezzato perché sa che la comunicazione cerca il clamoroso, lo scandalo, ma lui si ostina ancora a pensare prima di parlare, chiedendosi a cosa serva ciò che scrive. Non formula giudizi in base a un’impressione superficiale e, addirittura, scrive poesie».

“Parole ostili”

Per Russo, prima firmataria, nel febbraio 2017, del manifesto in 10 principi della comunicazione non ostile, « c’è oggi maggiore polarizzazione, mancanza di empatia, forte disumanizzazione. C’è, rispetto a quando abbiamo iniziato a creare “Parole ostili” – attualmente tradotto in 43 lingue – una normalizzazione della violenza e delle modalità di stare on line. Lavoriamo con scuole, aziende, associazioni, entriamo nelle carceri, perché la parola è fondante in ogni aspetto della nostra vita. Stiamo facendo molta fatica, ma stiamo scrivendo le prime pagine di una nuova epoca. I social ormai non sono più uno strumento,  ma una cultura che abitiamo tutti e dove bisogna coltivare – la radice etimologica appunto di cultura – le relazioni. Con il Sinodo digitale abbiamo toccato con mano quanto si possa arrivare al cuore delle persone anche con i social. Usiamo di più le “e” e meno le “o”. Il problema non sono i social ma le persone e non possiamo permetterci di non capire i giovani».

Rosy Russo (Foto ITL / Cherchi)

Parole a cui fa ancora eco Serra: «Occorre tenere conto di un modo che è complicato, troviamo il  modo di riavvicinare ciò che viviamo e vediamo per le strade con ciò che scriviamo, senza sovraeccitazione, o perdiamo la partita. Rendiamoci conto che fin a 18 anni fa lo smartphone, che ognuno ha in tasca e che ha dentro tutto il mondo, non esisteva  Se ognuno facesse bene il proprio lavoro sarebbe già un grande passo avanti. Scrivere bene è un grandissimo valore».

Imparare il linguaggio dei giovani

Chiara la posizione, in tale contesto, di Ferrando. «Dobbiamo rimettere a fuoco cosa è il fine e cosa il mezzo. Il terremoto digitale ha fatto del giornale solo uno strumento. Si tratta di essere bravi a utilizzare gli strumenti – linguaggi diversi per strumenti diversi -, ma avendo sempre di fronte cosa sia il contenuto. Anche i social se utilizzati con professionalità ed etica per comunicare contenuti diventano utili.

«È arrivato il momento che noi adulti ci rimbocchiamo le maniche per capire – scandisce Russo -, visto che non conosciamo nemmeno il linguaggio con cui comunicano i ragazzi  Di fronte a numeri che parlano di un miliardo di persone che convive, sulla terra, con problemi di salute mentale, a 700.000 giovani che, in Italia, hanno ansie e paure, a 150.000 suicidi nella Ue in un anno, dobbiamo tornare a curare le parole. Anche il digitale e i social sono terreno di evangelizzazione».

Marco Ferrando (foto ITL / Cherchi)

L’intelligenza artificiale

Non manca una domanda della moderatrice sull’Intelligenza artificiale a cui risponde subito il giornalista di “Repubblica”, concorde con la convinzione del vicedirettor di “Avvenire” per il quale «ciò che conta e conterà sempre è il fattore umano». 

«Se l’AI è al nostro servizio, bene, se siamo noi al suo, no», spiega Serra.« Il pericolo è che serva a classificarci, ad esempio, a controllarci come consumatori. Ciò che interessa a chi possiede i social – che sono una macchina da soldi gigantesca – è avere la più vasta platea possibile e per questo hanno previsto l’anonimato per chi li usa, ma è stato un errore tragico perché ha deresponsabilizzato l’uso della parola. Se fosse stato chiaro che, se si vuole scrivere qualcosa di grave, si deve firmare e metterci la faccia, sarebbe andata diversamente. Laddove non ci sono regole, vincono sempre i più forti, i più ricchi e potenti che avranno sempre maggiore controllo anche politico sulla loro clientela».

Infine – prima del tradizionale gesto del dono dello zucchetto all’Arcivescovo da parte del Presidente della Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano, Rodolfo Masto – è, appunto, il vescovo Mario a concludere con un auspicio. 

Il dono dello zucchetto all’Arcivescovo da parte del Presidente della Fondazione Istituto dei Ciechi di Milano, Rodolfo Masto (foto ITL /Cherchi)

«Mi piacerebbe che voi giornalisti, aveste un poco più di serenità e di gioia. Mi piacerebbe che noi tutti apprezzassimo anche la capacità di comunicare attraverso il corpo, in una relazione che ci deve aiutare a leggere il messaggio che il corpo comunica». Insomma, ineliminabile è la relazione concreta tra le persone. «Credo che il Sinodo, con il coinvolgimento dei Missionari digitali, sia stato importante e tanti preti usino questo tipo di contatto con i giovani. I social possono contribuire, ma sempre in vista del creare rapporti veri».

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