Redazione

Paradossalmente, fu “merito” di un incendio se oltre un secolo più tardi, nel 1913, il chiostro di Voltorre venne strappato a un oblio che ormai sembrava assoluto. Solo allora, infatti, ci si rese conto che qui c’era qualcosa che meritava d’essere conosciuto e salvato. Anche se il recupero non è stato facile, né breve. Oggi il chiostro, seppur privato della sua originaria destinazione, è lì tutto da ammirare, splendida gemma della civiltà romanica in Lombardia. Quattro lati, diversi fra loro. E tante colonnine e capitelli, tutti differenti l’uno dall’altro. Del resto non era la simmetria che cercava l’uomo medievale, ma l’armonia delle proporzioni, il simbolo più che la forma, l’essenza e non l’apparenza. Qui, infatti, nulla appare casuale, ma tutto si rivela frutto di una attenta regia, di un articolato progetto. Non stupisce, allora, che per il chiostro di Voltorre noi abbiamo il nome e la firma del maestro che lo realizzò: Lanfranco di Ligurno. Non è una cosa frequente per l’epoca, ma questo Lanfranco, evidentemente, doveva essere un personaggio bene in vista, un artista conosciuto e apprezzato, tanto da potersi permettere una fuga dall’anonimato. Il suo nome compare su uno dei capitelli danneggiati dall’incendio, ma è ancora ben leggibile, così come inequivocabile è la qualifica che dà di se stesso: “magister”, ovvero il maestro, colui che ha ideato l’opera e poi l’ha resa possibile. Sugli altri capitelli, ecco allora volti di uomini e di donne, animali e uccelli, tralci vegetali, esseri fantastici e mostruosi, nastri, nodi, spirali… Tutto l’immaginario dell’arte romanica sembra essere esemplificato e sintetitizzato in questo chiostro di Voltorre. Una meraviglia. Eppure c’è chi se ne sente intimorito, chi perfino ne trova fastidio, perché sono immagini non facili da interpretare, ardue da incasellare. Si può ignorarle, se si vuole. Classificarle come astruse bizzarrie, come cose inutili per la vera – vera? – conoscenza della storia dell’arte. Oppure si può cercare di capirne il significato, il perché dei monaci benedettini dell’inizio del XIII secolo abbiano voluto far scolpire su quel capitello una sirena dalla doppia coda, un leone su quell’altro, quel che sembra una fenice su quell’altro ancora… O, ancora, si può tentare di comprendere se questa stessa sequenza di faccini, di bestie e di simboli abbia o meno un senso, come se si trattasse cioè di un codice, o di una scrittura, o di una partitura musicale… Gli ultimi raggi di sole svaniscono, lasciando tra i capitelli un alone d’oro e di nebbia. Veglia sul chiostro una torre massiccia, quadrata. Pare quasi che lo spazio porticato le sia stato creato attorno, a cercare protezione, certezza. Il canto delle pietre, ne siamo convinti, arriva anche lassù.

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