Redazione

Concedetevi ancora qualche istante qui fuori all’aperto, per accarezzare la delicatezza di ornamenti appena accennati (come gli archetti pensili, o la morbida strombatura delle monofore, o la cornice a dente di sega al culmine delle pareti), per scoprire la bellezza di medievali rilievi (stelle, nodi, e un centauro che insegue un cervo, simbolo tanto caro all’iconografia romanica). Soffermatevi, soprattutto, a valutare la pulizia delle linee, la simmetria delle forme. La chiesa dà le spalle al lago, fedele all’orientamento canonico verso là dove sorge il sole. Ma guardando da lontano, dall’alto di una delle balconate panoramiche tra le ultime case di Gravedona, proprio la parte absidale pare diventare la “vera” facciata di Santa Maria del Tiglio, protesa alle acque. E forse non è affatto un caso… L’interno offre ulteriori motivi di stupore. Quel che si intuiva da fuori, ora lo si percepisce con chiarezza. Il tempio ha pianta quadrata, con l’innesto su tre lati di absidi semicircolari, secondo un modulo – si pensa, si ipotizza – che doveva essere quello del primigenio battistero. Chi realizzò il santuario del Tiglio, insomma, fece qualcosa di assolutamente nuovo, ma rispettando lo spazio antico, dando così continuità nell’innovazione, rivestendo di modernità una secolare presenza. E tutto questo avveniva, è probabile, attorno alla metà del XII secolo. La luce, che filtra generosa, ma senza abbagliare, svelando poco a poco, gioca tra pieni e vuoti che si susseguono sia nella parte bassa che nell’alzato. Nicchie, rientranze, loggiati, colonne, archi, ghiere… Il tutto ad alleggerire e ad innalzare, e tuttavia senza sminuire in nulla quella che è la forza, il raccoglimento dell’architettura romanica, qui a uno dei suoi massimi gradi di maturità e di bellezza. Sulle pareti si rinnova il contrasto chiaro/scuro, nero/bianco di pietre diverse, ma con ancora più vigore, con intento decorativo ancora maggiore. Nel Trecento, pittori che già avevano appreso la lezione di Giotto realizzarono in Santa Maria del Tiglio vasti cicli di affreschi, dei quali rimangono ampi brani sparsi. Come il grandioso Giudizio Universale sulla controfacciata, con la personificazione dei Vizi e della Virtù. O come l’immagine curiosa del martire Lucio che porge una forma di formaggio a un affamato, affascinante figura di santo-contadino assai venerata in queste contrade. Dall’alto veglia un gigantesco crocifisso ligneo, romanico anch’esso, antico e splendido quanto la chiesa che lo accoglie. Le braccia spalancate, inchiodate alla croce. Ma la testa sembra sporgersi, e il Cristo guardare giù verso i fedeli. E ci si sente confortati. Siamo finalmente a casa, al cospetto di Dio.

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