Presiedendo in un Duomo gremito e in festa, la Celebrazione per le Ordinazioni diaconali, il Cardinale ha richiamato i futuri sacerdoti a vivere il ministero nella relazione continua con il Signore, «che vi farà toccare con mano, anche dentro le prove più ardue, che il giogo è dolce e il peso leggero»

di Annamaria BRACCINI

ordinazioni diaconali 2015

Inviati a tutti, senza alcuna distinzione, amati e, per questo, chiamati gratuitamente dal Signore a una missione instancabile, dovesse costare anche la vita.

È quasi un affresco del ministero ordinato, quello che il cardinale Scola disegna idealmente e che si incastona, come il tesoro più prezioso della fede, pur tra le tante bellezze del Duomo.

È la solenne Celebrazione eucaristica in cui l’Arcivescovo, per l’imposizione delle sue mani, conferisce le Ordinazioni diaconali. Ventisei i candidati, di età compresa fra i 24 e i 43 anni, con, alle spalle, esperienze diverse: venticinque gli ambrosiani, uno proveniente dalla diocesi di Catarnzaro-Squillace (residente a Venegono per motivi di studio), cui si aggiungono sei missionari del Pime, un Rosminiano e uno dei Monaci Benedettini. Otto, tra i diocesani, i laureati (uno all’estero), un diplomato al Conservatorio, tante professioni differenti, tanti cammini – c’è chi ha maturato la vocazione molto giovane e chi vi è arrivato dopo anni di lavoro –, ma che si ritrovano tutti riuniti in Cattedrale per questo momento fondamentale, ultimo passo dell’itinerario in vista dell’Ordinazione sacerdotale che avverrà il prossimo 11 giugno.

E l’emozione, allora, è palpabile tra le navate, dove ci sono i parenti, gli amici degli Ordinandi, i seminaristi, tanti preti, e, in altare maggiore, i Vescovi ausiliari, i Vicari episcopali di Zona e di Settore, il Capitolo Metropolitano e i Superiori del Seminario. Due i Porporati: oltre all’Arcivescovo, il cardinale Francesco Monterisi, arciprete emerito della Basilica di San Paolo Fuori le Mura e tra i Vescovi, monsignor Antonio Filipazzi, nunzio apostolico in Indonesia.

Dopo la presentazione dei Candidati, anzitutto a loro, ma anche a tutta l’Assemblea di migliaia di fedeli, si rivolge la riflessione del Cardinale che muove dalla Lettura del Libro di Neemia, secondo due tratti che «che da oggi configureranno la vostra persona ed esistenza».

«Il primo è il riferimento al popolo, il popolo santo di Dio. Voi, in forza del sacramento che state per ricevere, siete afferrati da Cristo per opera dello Spirito perché diventiate segno sacramentale del Suo servizio a favore della Chiesa e del mondo intero. Infatti il sacramento che vi verrà conferito prende senso nel compito che vi viene affidato. Ogni ministro esprime sempre un essere in relazione, nessuno, soprattutto nella confessione cattolica, è ministro per se stesso e da se stesso, come i vostri anni di preparazione vi stanno insegnando. Ricordate che questo passo non è il coronamento di un progetto di perfezione o santità, dell’immagine che uno può essersi fatto di sé, è l’essere presi a servizio del popolo santo di Dio così come esso vive, nel qui e ora del luogo a cui siete inviati, parte della nostra Chiesa ambrosiana e delle Chiese locali che servirete in missione».

Dalla ripetizione dell’aggettivo “tutto”, l’indicazione del secondo “tratto”. «Infatti – prosegue Scola – , il ministero a cui l’Ordine sacro vi abilita non è genericamente al servizio del popolo, ma di tutto il popolo. Il ministero ecclesiale al servizio della fede non conosce esclusione. Non è, quindi, possibile scegliere chi sono i nostri interlocutori; non è pensabile dimenticarne alcuni per privilegiarne altri. La preferenza è per i più deboli, per i poveri e i peccatori, cui ci richiama con forza papa Francesco. Tutto il popolo vuol dire proprio tutto: chi vorrà accoglierci e chi resterà indifferente, chi chiederà la nostra cura e chi, forse, ci combatterà. Nessuno escluso. Come fece lo stesso Gesù, servo sofferente di Dio, che ha consegnato se stesso per tutti».

Un essere inviati che trova il suo radicamento certo nell’essere scelti dal Signore, dunque, come scrive, nella sua prima Lettera ai Tessalonicesi, san Paolo: «Non dimenticate mai l’origine del tutto gratuita della vostra missione, siete amati per essere inviati e per questo chiamati. L’Anno santo della Misericordia sarà un ‘occasione per consolidare la consapevolezza di essere amati da Dio».

Infine, le parole del vangelo di Matteo al capitolo 11: «Per pura grazia siamo parte dei piccoli a cui il Padre ha voluto rivelare il suo disegno di salvezza, cioè il suo amore per ogni singola persona e per tutta la famiglia umana. Siamo stati chiamati, senza alcun merito da parte nostra, a conoscere che la legge dell’esistenza è il dono della vita: perdersi per ritrovarsi, senza misura, senza confini».

L’intenso “faccia a faccia” – così lo definisce il Cardinale – di Dio con coloro che sono destinati a essere suoi ministri, «non leggendo libri, non provando qua e là idee, non inseguendo la sapienza di questo mondo», implica, allora, un continuo “imparare” da Lui, avendo la “mens”, gli stessi sentimenti del Signore, come è invitata a fare tutta la Chiesa ambrosiana, nel prossimo biennio, attraverso la Lettera pastorale, appunto, “Educarsi al pensiero di Cristo” e la Vista pastorale di Decanati. «È necessario che Gesù diventi il centro affettivo delle nostre persone. La Visita pastorale deve aiutare in questo cammino tutti i battezzati».

Da qui, le tre caratteristiche della vita dei presbiteri, «chiamati ad essere vigilanti nella preghiera, cioè a vivere l’esistenza in continuo rapporto con Cristo; disponibili a donare la propria vita in modo instancabile, dono di cui è espressione emblematica il celibato – non c’è “privacy” per il ministro –; scelti per essere accoglienti e lieti nel servizio della comunità».

Poi, il “sì, lo voglio”, le Litanie dei Santi, l’imposizione delle mani, e la preghiera di Ordinazione, nel silenzio della Cattedrale, la vestizione degli abiti diaconali, la consegna del Libro dei Vangeli e lo scambio della pace con i sacerdoti, i compagni e i parenti, che dura più di dieci minuti,

E prima del lungo applauso finale dentro e fuori il Duomo, in una gioia allegra e contagiosa, l’ultima consegna dell’Arcivescovo si fa consiglio paterno: «La profondità del mistero che abbiamo celebrato chiede ora, da parte di tutti noi e soprattutto degli Ordinati, di rendere gratitudine a Dio. Ma anche tutti noi siamo grati a questi nostri figli che hanno fatto una scelta così coraggiosa. Invito tutti i giovani che sono qui, così in gran numero, a valutare il gesto a cui hanno preso parte. Un gesto al quale ognuno è chiamato sia nel matrimonio sia che vi sia la vocazione a donarsi a Dio. Non è vero che sappiamo già amare, bisogna stare alla scuola di Gesù per imparare il bell’amore Ama solo chi ama per primo, ogni istante come se fosse l’ultimo e chi ama per sempre».

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