La celebrazione dell’1 gennaio occasione di incontro, preghiera comune e rilancio del dialogo ecumenico. Il pastore valdese Giuseppe Platone, presidente del Cccm, guarda al 500° della Riforma luterana: «Dopo tanti inverni, forse andiamo verso una nuova primavera»

di Rosangela VEGETTI

Giuseppe Platone

All’inizio del nuovo anno si ripropone la consuetudine dell’incontro dei membri del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano (Cccm) con l’Arcivescovo di Milano, per la preghiera di pace nella Messa vespertina dell’1 gennaio e il successivo scambio di saluti e auguri in Arcivescovado. Un momento di cordialità, di riflessione sui grandi temi del momento e di rilancio del cammino ecumenico che impegna tutte le Chiese cristiane nello sforzo continuo di dialogo.

Dopo quasi un ventennio di attività del Consiglio si propongono nuovi passi, a cominciare dalla celebrazione dell’anniversario della Riforma avviata da Martin Lutero nel 1517, per arrivare alla grande trasformazione sociale imposta all’Europa dalla globalizzazione e dall’inserimento dei popoli migranti. Ne parliamo con Giuseppe Platone, pastore della Chiesa valdese a Milano e dal settembre 2016 presidente del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano. «Il Cccm è una comunione di 19 Chiese diverse – spiega -. Voluto dal cardinale Martini e avviato nel 1998 in una Milano diversa da quella attuale, ha avuto la forza della fragilità, ha superato le sue crisi e forse, dopo tanti inverni ecumenici, sta andando verso una nuova primavera. Ci sono infatti segnali positivi, legati anche a questo importante anniversario luterano che, per la prima volta dopo secoli di feroci contrasti, si celebra non contro, ma con il Papa e la Chiesa cattolica. Dalle visite del Papa a Torino dai Valdesi e a Lund in Svezia, alle celebrazioni luterane, si profila un clima nuovo, e non solo per rapporti bilaterali tra Chiesa cattolica e protestantesimo. Il Cccm è una piattaforma multilaterale e costituisce una promessa di dialogo e un laboratorio di coinvolgimento delle Chiese in ricerca di sempre nuovi equilibri tra mondo cattolico, mondo ortodosso e mondo protestante».

L’ecumenismo si sta confermando elemento vitale della Chiesa ambrosiana. Con quali caratteri peculiari?
Sono riconoscente alla Chiesa ambrosiana per le risorse che da sempre ha garantito al Cccm per promuovere l’ecumenismo a Milano: senza i mezzi e le strutture della Diocesi, noi non avremmo potuto fare quanto abbiamo fatto, senza alcuna interferenza, ma con cordiale partecipazione e piena condivisione. Il cardinale Scola è sempre stato aperto a un confronto costruttivo. Tutte le volte che abbiamo avuto occasione di incontrarlo in termini ufficiali si è sempre evidenziato il confronto in chiave ecumenica: quel confronto che fa dialogare le differenze e ci ricorda che siamo un solo albero con tanti rami diversi, e l’albero è Cristo. Dopo la liturgia in Duomo, a Capodanno presentiamo anche il lavoro fatto come Cccm, con due novità: il “Calendario ecumenico”, una brochure che abbiamo preparato per la prima volta con le principali feste delle diverse tradizioni; la riedizione del volume Milano ecumenica che porta la narrazione dell’ecumenismo milanese.

Quali cambiamenti si sono evidenziati a livello di singole Chiese, grazie ai percorsi e ai cammini di questi anni?
La mia formazione di giovane pastore non è stata ecumenica, mentre oggi preti, pastori e popi ricevono una formazione di impronta ecumenica. Questo ci fa dire che cinquant’anni di ecumenismo non sono passati invano. Noi veniamo dalla scuola dell’intolleranza, anche dell’odio, con guerre e persecuzioni nei secoli passati; ora, dopo le grandi assemblee ecumeniche europee di Basilea (1989), Graz (1997) e Sibiu (2007) parliamo di riconciliazione. Alla scuola del cardinale Martini si parlava della riconciliazione delle memorie, ora noi parliamo della riconciliazione in Cristo. E in questo ci aiuta anche papa Francesco con la sottolineatura della misericordia. Oggi il cristianesimo è un grande cantiere aperto: c’è la casa dei cattolici, quella degli ortodossi e quella dei protestanti. Abbiamo capito che la pluralità non va ridotta a uniformità; certo dobbiamo imparare a gestirla, a confrontarci, a capire come convivere, a considerare legittime le varie differenze per metterle in relazione produttiva per il bene della società. In un mondo che si spacca e si sgretola, le Chiese propongono il tema della riconciliazione non per soffocare le differenze, ma per portare i problemi al piano della cooperazione. Oggi stiamo imparando a lavorare insieme a favore di tutti: ne è esempio concreto il progetto dei “Corridoi umanitari” (se ne parla nel box a fianco, ndr), promosso dalla Tavola valdese, dalla Federazione delle Chiese evangeliche e dalla Comunità di Sant’Egidio, che in un anno di lavoro ha portato cinquecento profughi in Italia in condizioni di sicurezza e legalità, avviandoli al pieno inserimento.

 

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