Un'opera eccezionale e unica con decine di carte disegnate e acquerellate a mano, realizzato nel 1590 dal cartografo milanese contemporaneo di san Carlo Borromeo. Dove la realtà di incredibili scoperte geografiche si fondeva ancora con le storie fantastiche di miti e leggende...

Testo e Foto di Luca FRIGERIO

Urbano Monte trattato universale biblioteca seminario venegono

Un leone s’aggira maestoso attorno alle rive del fiume Niger, mentre un enorme serpente sibila minaccioso nella regione del Benin. Altrove, nel misterioso deserto di Zubicàn, una sorta di gigantesca salamandra sembra incombere su un accampamento di beduini. Ma ancora più terribile è il mostro marino che nell’Oceano s’avventa su una caravella dalle vele rossocrociate, sotto gli sguardi divertiti di sirene e tritoni…

È un mondo fantastico, quello che emerge dalle coloratissime pagine del Trattato universale di Urbano Monte. Fantastico, sì, eppure assolutamente reale, per il cartografo milanese che lo “ritrasse” alla fine del XVI secolo. In un’epoca, cioè, di continue e sconvolgenti scoperte geografiche, dove gli orizzonti mutavano ovunque si posasse lo sguardo di intrepidi esploratori, dove ogni giorno si annunciava la scoperta di nuove terre e di popoli sconosciuti. Dove la realtà, appunto, sembrava perfino superare qualsiasi fantasia.

Questa straordinaria «Descrizione di tutta la terra» – «sin qui conosciuta», come aggiunge prudentemente l’autore nel titolo – è una delle gemme più preziose del fondo antico della Biblioteca del Seminario di Venegono. Un compendioso volume manoscritto di oltre trecento pagine, corredato da ben sessanta carte geografiche (disegnate e acquerellate a mano), destinate non solo a illustrare dettagliatamente il testo, ma a costituire un vero e proprio planisfero di dimensioni monumentali.

Un’opera unica, insomma, per ricchezza di informazioni e per visione d’insieme. Ma “unica” anche per la sua rarità, se si considera che di questo lavoro se ne conosce soltanto un’altra copia, più tarda, conservata nella Biblioteca Ambrosiana a Milano. Mentre un altro esemplare, ignoto agli studiosi, oggi dovrebbe essere nelle mani di un anonimo collezionista, dopo essere fugacemente apparso in un’asta londinese, una trentina d’anni fa…

Questo «Trattato», come si legge nel frontespizio stesso, fu composto nell’«anno dopo il Santissimo Natale del Signore 1590» da Urbano Monte, «gentill’homo milanese», all’età di 45 anni. Considerato uno degli uomini più colti del suo tempo, detentore di una fornitissima biblioteca, il Monte ha raccontato i paesi e le genti del mondo probabilmente senza mai muoversi dalla sua Milano, ma attingendo «con capacità immensa», come scrissero i contemporanei, alle informazioni riportate dagli autori antichi e medievali (da Plinio a Marco Polo) e a quelle contenute nelle relazioni dei moderni viaggiatori (da Cristoforo Colombo a Pigafetta e Magellano), come nei resoconti dei molti missionari cattolici che si spingevano fin nelle terre più lontane.

Eppure, paradossalmente, proprio l’eccezionalità di questo lavoro è stata anche la causa, seppur indiretta, del suo oblio. L’ del cartografo milanese, infatti, per la sua vastità e la sua complessità dovette avere una lunga gestazione, con continui aggiustamenti e aggiornamenti. E quando finalmente si fu pronti per la stampa (come testimonia la copia dell’Ambrosiana), Urbano, per quanto nobile e ricco, dovette rendersi conto che l’impresa, da un punto di vista economico, era evidentemente superiore alle sue forze, mentre il succedersi delle scoperte e delle notizie rendeva l’opera in parte già superata…

Non sappiamo come e quando questo straordinario manoscritto sia entrato a far parte della Biblioteca di Venegono. Possiamo immaginare, però, che possa aver contribuito, in qualche modo, quel cardinale Cesare Monti che divenne arcivescovo di Milano nel 1632, raffinato collezionista che apparteneva al medesimo casato di Urbano.

Misteri e silenzi, in ogni caso, che vanno ad aumentare ai nostri occhi il fascino di questo incomparabile documento, testimone eloquente e fedele di un’epoca “di passaggio”, dove mito e realtà potevano ancora convivere. Come le giraffe e i grifoni, appunto.

Un patrimonio aperto a tutti
La Biblioteca del Seminario arcivescovile di Venegono Inferiore possiede oggi un patrimonio di oltre 180mila volumi, qui confluiti dalle diverse sedi storiche dei seminari diocesani. Si tratta in buona parte di testi di teologia e spiritualità, ma con importanti sezioni anche di letteratura, storia e scienze.

Particolarmente importante è il Fondo Valentini, che raccoglie i tesori della Biblioteca, come la di Urbano Monte (di cui si parla nell’articolo qui sopra), diversi codici manoscritti della prima metà del XV secolo, 110 incunaboli (alcuni rarissimi) e ben 1800 cinquecentine. Tesori che possono essere ammirati con la guida del direttore della Biblioteca stessa, don Virginio Pontiggia, previo appuntamento (tel. 0331.867111).

Principalmente destinata ai docenti e agli alunni interni, la Biblioteca del Seminario è aperta anche a utenti esterni, da lunedì a venerdì, dalle 14.30 alle 18. Il catalogo online è consultabile al sito: www.indexlibrary.it

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