Per monsignor Gianantonio Borgonovo tra cattolici ed ebrei esiste una diversa sensibilità nel dialogo comune

di Annamaria BRACCINI

borgonovo

«Il fatto che si sia giunti al diciottesimo appuntamento annuale della Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei dice la direzione del percorso intrapreso in questi anni, la cui caratteristica peculiare mi pare debba essere identificata nel desiderio di camminare insieme nella conoscenza reciproca, approfondendo la diversa ermeneutica (interpretazione) della stessa Rivelazione cui facciamo riferimento. Questo ci fa capire meglio il piano di salvezza di Dio su di noi».

Monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo, studioso e docente di Teologia del Primo Testamento noto a livello internazionale, non ha dubbi nell’indicare la grande opportunità che si offre, complessivamente, con il dialogo tra ebrei e cristiani e, in specifico, attraverso incontri come quello che vedrà protagonisti il cardinale Scola e il rabbino Laras. Il dialogo sarà moderato dallo stesso Borgonovo presso il Museo del Duomo.

«Credo che occorra dire anche una parola sul luogo nel quale si svolgerà questo confronto, appunto il Museo del Duomo, che con l’Archivio e la Cattedrale stessa trova nella Scuola della Cattedrale, il centro propulsore che fa vivere al “sistema Duomo” il suo compito di animazione spirituale e culturale all’interno della Chiesa di Milano e della città. Uno spazio aperto a tutti che genera cultura».

Il tema della Giornata di quest’anno, “Non ruberai”, offre spunti particolarmente interessanti, anche per i religiosi in genere, per i credenti in quanto cittadini e per ogni uomo in ricerca di verità e giustizia…
Senza dubbio valutando anche che il primo significato di tale Comandamento implica il diritto dell’altro a esistere non come oggetto di scambio o fonte di guadagno, ma come soggetto in quanto persona.

Lei è una figura di riferimento per il rapporto con il mondo ebraico non solo milanese. Come vede, oggi questo confronto? È ottimista o pessimista?
Come ho detto, siamo in cammino ed è quindi difficile operare valutazioni di tipo quantitativo. Ciò che noto sia tra i cattolici sia nella comunità ebraica, è la presenza di due diverse sensibilità. In entrambi i fronti esiste chi si fa portatore di un dialogo che definirei politically correct, con la promozione di rapporti comunque utili, ma solo formalmente corretti; e chi, invece, tende a mettere in gioco la propria sensibilità, giorno dopo giorno, al fine di sviluppare un incontro continuo capace di andare oltre la superficialità di una prima e sommaria conoscenza.

Forse, talvolta si ha il timore di una perdita dell’identità della propria fede se si va, per così dire, troppo in profondità.
È ovvio che le due religioni sono e rimarranno diverse: nessuna delle due parti vuole fare proselitismo, ma la sfida è proprio non precludere gli orizzonti che si sono aperti davanti a noi. Altrimenti il rischio è di “fermarsi” alla prima incomprensione.

Si può dire che tra i “sentieri interrotti” tracciati dalle intuizioni del Vaticano II, vi è anche il dialogo ebraico-cristiano?
No, le difficoltà esistono, ma dobbiamo pensare cosa significò la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, dedicata a tale rapporto, che fu ispirata, per quanto riguarda il paragrafo sull’ebraismo, dal cardinale Agostino Bea e pubblicata, nell’ultima Sessione del Concilio, da Paolo VI. Il Concilio Vaticano II non poteva fare di più, tuttavia, il paragrafo quarto della Dichiarazione, ha posto le basi di un cammino sul quale già si è compiuta molta strada, anche se molto restamolto ancora da fare.

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