Il significato della XXV Giornata mondiale nelle parole di don Paolo Fontana, responsabile della Pastorale diocesana della salute. Alle 15.30 l’Arcivescovo presiede la celebrazione eucaristica in Santa Maria di Lourdes a Milano

di Luisa BOVE

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Sabato 11 febbraio si celebra la XXV Giornata mondiale del malato che «fu istituita ufficialmente da San Giovanni Paolo II nel 1993, ma certamente anche in precedenza si festeggiava l’11 febbraio in riferimento alla Madonna di Lourdes – ricorda don Paolo Fontana, responsabile del Servizio per la pastorale della salute in Diocesi -. Quest’anno, dopo 25 anni, è ancora importante celebrarla perché i malati devono essere sempre al centro dell’azione pastorale della comunità ecclesiale: fu così anche per Gesù, che annunicava il Vangelo e guariva i malati. Queste due azioni della comunità cristiana, l’annuncio e la cura dei malati, ci portano a essere “Chiesa in uscita” rispondendo all’invito continuo di papa Francesco».

Il tema scelto quest’anno, «Stupore per quanto Dio compie: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…” (Lc 1,49)», che cosa vuole richiamare?
Siamo tornati all’origine, cioè sono state rimesse al centro la Madonna di Lourdes e la figura di Bernadette. La Veggente incontrò Maria 18 volte e poi si fece Suora della carità, si aprì alla missione verso i bisognosi, gli ultimi. Per questo il titolo scelto della Cei e il tema del messaggio di papa Francesco coincidono nella ripresa forte della Madonna di Lourdes e nel tema del Magnificat: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente».

Al centro di questa giornata non ci sono solo i malati, ma, come ricorda il Papa nel suo messaggio, anche gli infermi, i sofferenti, gli esclusi, i disabili…
Certo. È molto importante non fermarsi solo al malato, come forse l’abbiamo in mente, ricoverato in ospedale. Oggi in mezzo a noi ci sono tante situazioni di malattia del corpo e dello spirito, di cronicità e di sofferenza: a tutte queste noi comunità cristiana siamo mandati e per tutte queste situazioni di dolore e di travaglio, sabato 11 febbraio pregheremo insieme.

Oggi intorno al letto di un malato ruotano tante figure: sanitari, cappellani, volontari, familiari… Qual è l’approccio che deve accomunare tutti coloro che a diverso titolo si prendono cura di chi soffre?
Sono due gli atteggiamenti che il Papa ci suggerisce e che da anni cerchiamo di vivere. Il primo è quello della misericordia, non solo legato all’unzione sacramentale (nella formula il sacerdote dice: «Per questa santa unzione e la sua piissima misericordia»), che certo comunica, rende viva e presente la misericordia di Dio stesso. L’atteggiamento di misericordia diventa poi consolazione («Consolate, consolate il mio popolo»), fatta di vicinanza al malato, affetto, sostegno, anche attraverso l’ascolto, la prossimità, il tenere la mano… Il Papa stesso ha un’affermazione molto bella in Misericordia et misera (n. 13) quando ricorda che per tutti è possibile dire una parola che rincuora, dare un abbraccio che fa sentire compreso, una carezza che fa percepire l’amore, una preghiera che permette di essere più forte. Questo è possibile a tutti e a chiunque. Misericordia e consolazione sono dunque le due colonne.

A partire dalla sua esperienza ritiene che la malattia allontani o avvicini di più a Dio?
La malattia è un grande enigma e rispondere alla domanda che questa pone alla vita dell’uomo è sempre difficile e mai scontato. La malattia, come testimoniano la Sacra Scrittura e alcuni santi, è una via ardua e complessa per incontrare il Signore Dio. Spesso la malattia diventa una pietra di inciampo, difficile da superare, soprattutto se si rimane nella solitudine. Allora è importante essere accanto ai malati per toglierli dalla solitudine. Se riusciamo con la nostra prossimità, con la nostra discrezione, con il nostro affetto e anche con il nostro silenzio o la nostra parola a toglierli dalla solitudine, è più facile che la malattia, da pietra di inciampo, possa diventare, piano piano, una chance in più per questo benefico incontro con Il Signore Dio.

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