Si è tenuta venerdì 29 febbraio 2024, presso il Cinema Palestrina (Parrocchia SS. Redentore) a Milano, la quinta edizione del Convegno “Professione oratorio” sulla figura dell'educatore retribuito. L’incontro annuale, preparato con il TEC (Tavolo Enti e Cooperative), è occasione d'incontro per gli educatori professionali che lavorano in oratorio e che fanno riferimento a cooperative ed enti diversi o direttamente alle comunità. Anche in questa edizione del Convegno, hanno potuto confrontarsi sulla loro professione e il loro impegno educativo e pastorale, in riferimento a uno dei temi cardini della vita dell'oratorio, l'animazione educativa.


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La quinta edizione del Convegno “Professione oratorio” che si è svolta venerdì 29 febbraio al Cinema Palestrina di Milano ha messo ancora una volta al centro la figura dell’educatore retribuito in oratorio, non come oggetto di riflessione ma come soggetto attivo che costruisce un pensiero sull’oratorio, mettendosi in rete con le altre figure educative e pastorali che operano negli oratori e sui territori della nostra Diocesi.

Don Stefano Guidi, direttore della Fom, ha sottolineato il significato del titolo generale che accompagna il Convegno annuale “Professione oratorio”: «Un contributo professionale all’oratorio di cui l’oratorio ha bisogno. Desideriamo affermare che l’oratorio ha bisogno di una professionalità educativa seria, preparata, capace di qualificare i processi oratoriani, per aiutare un ragazzo e una ragazza a crescere nella fede e nella vita». Con un affondo per introdurre il tema di quest’anno, “l’animazione educativa in oratorio”, su cui verte da anni una nuova riflessione in Fom, perché «per alcuni motivi, si avverte a volte la considerazione, per tanti, dell’oratorio come “contenitore”, l’insieme di tutte le cose che facciamo, e dall’altro, recuperare il valore dell’animazione che si è persa un po’, andando a connotarsi, nell’immaginario, solamente come quel momento ricreativo, del divertimento, del bans, del gioco, quello che si fa “prima” e “dopo” il catechismo, direi quasi a livello di intrattenimento… come un “contorno” e, legato a questa idea, di cui si è perso il valore formativo». Se l’animazione è una scelta intenzionale, occorre che l’intera comunità ne condivida logiche e metodo, strutturandone la formazione insieme.

 

Per riscoprire che l’animazione è quel metodo educativo che riguarda tutto il nostro fare oratorio, ci hanno guidato gli interventi autorevoli di due esperti, Michele Marmo (pedagogista e formatore, imprenditore sociale di comunità, fondatore della cooperativa sociale Vedogiovane, membro della redazione della rivista Animazione Sociale) e Pierpaolo Triani (docente di pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore scientifico del corso di alta formazione “La qualità dell’educare negli oratori”).

 

Subito, Michele Marmo, ha messo in chiaro un primo elemento: «Dimensione educativa e dimensione sociale per me sono imprescindibili. Due tradizioni che fanno un’animazione culturale. Ho sempre pensato l’oratorio come luogo “tra” comunità ecclesiale e società civile, che continuamente dialoga e ha una sua funzione, tra leggerezza e cura». Per ricostruire il senso del percorso storico dell’animazione, ha evidenziato nel suo discorso alcune “chiavi” che oggi sono importanti.

«Animazione è una storia, un’esperienza che permette processi di cambiamento… attraverso un fare intenzionale: si fa insieme, si sta insieme per fare, la dimensione del fare è fondante. Quando pensiamo all’animazione pensiamo a questa finalità: è una proposta di esperienze in cui, attraverso un “fare qualcosa insieme”, si possono realizzare processi di cambiamento propri e della realtà in cui si è inseriti e definire la propria collocazione/vocazione nel mondo».

L’esperienza di fare delle cose insieme dentro un dinamismo relazionale, dentro il gruppo, dentro la comunità ecclesiale, educante, permette agli individui di dare senso alle proprie esperienze. È l’esperienza stessa che diventa motore tra conoscenza, coscienza ed espressione. «L’animazione – ha aggiunto – diventa veicolo di scoperta, novità ma anche di rottura, permette di vedere le cose in modo divergente. È una pratica educativa e sociale che si colloca sempre ai confini». Se l’animazione porta in sé questa spinta trasformativa originaria e questa tensione al cambiamento del contesto, negli anni si è attraversato un lungo tempo in cui la dimensione del consumo, dell’affermazione di sé, della possibilità di esprimere qualsiasi cosa, è diventata prioritaria rispetto alla dimensione del noi: «In questi anni nell’affermazione dell’io ci si è dimenticati del noi. In questo momento abbiamo bisogno di ritessere il tessuto sociale, che permetta alle persone di ricostruire un proprio progetto di vita; che consenta di connettere, mettere insieme, ricomporre, sostenere, per valorizzare le risorse che ci sono nel territorio, facendo percepire alle famiglie che non sono sole ma ci sono dei luoghi dove poter elaborare le proprie difficoltà e responsabilità».

Quali sono le strategie educative pedagogiche per il lavoro educativo oggi? Recuperando la teoria di Riccardo Massa, filosofo dell’educazione e pedagogista, ha affermato che «è necessario prendere in considerazione questi elementi: valorizzare la dimensione espressiva, al contempo connetterla con un’esigenza di performatività (capacità di lavorare sulle competenze) e una rielaborazione (facciamo delle cose e poi proviamo a chiedere, insieme a loro, di raccontare quanto hanno vissuto e fatto, ridando senso a quello che stanno vivendo e hanno vissuto, coscienti che i ragazzi fanno fatica a svolgerlo, ma come se non potessimo non farlo)». Lavorando sul permettere ai ragazzi di fare esperienze in cui possano esprimersi e sulle competenze, gli oratori diventano “agorà”, dei luoghi dove il campo delle interazioni comunicative è sollecitato, delle botteghe (campi degli apprendimenti esperienziali, dove imparo facendo, con attività finalizzate a un apprendimento specifico), campi della progettualità permanente (dove prendersi cura di un progetto che fiorisce e accettare sfida dell’errore come condizione dell’apprendere, coltivando il desiderio come dimensione della progettualità)».

 

Approfondendo questo tema, Pierpaolo Triani ha rilanciato alcune considerazioni, anche rispetto alla parola stessa che la identifica: «Siamo qui per chiederci se possiamo recuperare tutto il valore fondamentale che la parola “animazione” nella prospettiva tracciata ha, dentro un contesto dove la parola è spesso svuotata, e come possiamo riproporre il significato forte di animazione. Chi ha una responsabilità educativa ben precisa ricominci ad appropriarsi del valore che in campo educativo ha e della sua tradizione».

Riconosciamo che nella prospettiva dell’animazione, possiamo riscontrare dei possibili riduzionismi: «Il primo elemento riduzionistico è concepire l’animazione come “distrazione ricreativa”. Il secondo è pensare che l’animazione si faccia fino a una certa età: se è questa prospettiva pedagogica di un cambiamento che parte dalla partecipazione attiva delle persone, dalla loro attivazione, l’animazione coinvolge tutti, anche il mondo adulto.

Dobbiamo essere consapevoli che se parliamo di “animazione educativa” intendiamo un modo di concepire l’azione educativa che mette al centro la persona con le sue risorse e dinamiche comunitarie e si muove sull’io, sul noi, sulla comunità, costantemente in questo intreccio, per aiutare le persone, attraverso l’esperienza che svolgono e attraverso le occasioni formative, di crescere nella libertà e nella responsabilità».

Aggiungendo: «L’animazione è un modo di intendere l’azione educativa “attivistica, partecipativa, emancipatoria”. È una prospettiva che ha una logica metodologica, senza immaginare il metodo come struttura rigida ma come un insieme strutturato di elementi generativi di apprendimento. È un insieme di elementi, non è riducibile a un solo elemento, e chi si mette nella prospettiva dell’animazione deve riconoscere che occorre lavorare sulla sensibilità delle persone, sulla capacità di sentire, sui sensi, e ancora sulla capacità espressiva, sulle relazioni e l’intersoggettività. È un metodo che si muove su più livelli. Comporta l’immaginare in maniera diversa e costruire, stare dentro una narrazione».

Secondo Pierpaolo Triani, «L’animazione va pensata non soltanto come costruzione di attività ma come clima che caratterizza una comunità. Dobbiamo ritornare a riconoscere che esiste l’animazione dei contesti (vanno animati i contesti, l’oratorio si anima con la cura degli spazi, dei tempi, dei colori, della musica…) e pensare che l’oratorio ha il ruolo di animare il contesto territoriale. Ritornare a parlare di animazione educativa significa tornare a chiederci come noi possiamo essere polo animativo di un territorio. Nel tema dell’animazione educativa, si riconosce un tema di competenze e sensibilità da acquisire. Per un oratorio che sia animatore del contesto (interpella la comunità cristiana), servono animatori di gruppo e animatori delle singole persone (nell’accompagnamento delle persone puoi avere uno stile animativo, aiutarlo ad esprimere, farlo immaginare; c’è bisogno di una animazione dei singoli)».

 

Successivamente, gli educatori professionali, a gruppi, hanno avuto modo di confrontarsi nei laboratori, secondo queste tematiche:

– catechesi – attraverso un “gioco dell’oca multimediale” a tema, per favorire il confronto su esperienze, progetti, principi, sfide, per aiutare le nostre equipe catechistiche a riscoprire il valore educativo dell’animazione, per renderla un elemento portante del percorso che si propone a bambini e famiglie

– preadolescenti e adolescenti – rispetto a quanto emerso nella mattinata, con associazioni libere a delle immagini proposte casualmente da dei dadi, è stato chiesto di avvicinarsi alla parola corrispondente alla risposta della domanda posta, spostandosi di volta in volta, condividendo i pensieri su: “cosa ti ha colpito? Su cosa nutri dei dubbi o vedi delle difficoltà di manovra?”

– adulti – con un lavoro su cartellone, individuando quali gruppi di adulti si incontrano in questo lavoro e in particolare con quali facciamo più fatica a lavorare con un metodo animativo, raggruppando le tipologie, confrontandosi su buone prassi, metodi e accortezze da avere, per non essere “incastrati” da strutture tradizionali e orientate tutte al fare in favore di “atti di coraggio”.

– preghiera – la fede cristiana è una relazione con il Signore, attivare i cinque sensi nella preghiera significa entrare in questa relazione con tutto se stessi (non per nulla tanti maestri spirituali cristiani, nelle loro indicazioni per la preghiera parlano di attivazione dei cinque sensi).

– sport – alcune realtà dello sport professionistico hanno “imparato” dagli oratori a metter al centro l’atleta con le sue esigenze di crescita e di benessere, utilizzando l’animazione come strumento e come stile; si riscontra come a volte lo sport in oratorio faccia fatica a cogliere le potenzialità educative di questo approccio.

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