"Into the wild" è un film ricco di spunti. Si può vedere come una ricerca del proprio posto nel mondo, fino a scoprire che non c'è felicità se non la si condivide con qualcuno


Redazione

01/02/2008

di Maria Grazia CAZZANIGA

Christopher Johnson McCandless è adorato dalla sorella ed è l’orgoglio dei genitori grazie alla sua fresca laurea alla prestigiosa Emory University. Eppure, un giorno, inaspettatamente per tutti quelli che lo circondano, lascia il suo appartamento, dà in beneficenza i suoi risparmi e si mette in viaggio a piedi e in autostop attraverso gli Stati Uniti dandosi un nuovo nome: Alex Supertramp. Per due anni, dal giugno 1990 all’estate 1992, senza dare notizie alla sua famiglia, Alex cammina con una sola mèta: l’Alaska.

Into the Wild, l’opera prima di Sean Penn come regista, applaudita da critica e pubblico alla Festa del Cinema di Roma, prende spunto dalla storia vera raccontata nel libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme (Corbaccio, 2008, 267 pagg.). Una vita raccontata a due voci. La voce di Alex e la voce della sorella.

Alex descrive gli incontri fatti durante il cammino, spiega la sua necessità di avvicinarsi alla natura per trovare il proprio posto nel mondo, legge i suoi libri preferiti e il suo diario di viaggio nel momento stesso in cui si compone.

La voce di Carine, sempre più angosciata dal prolungato silenzio del fratello, ci racconta i motivi scatenanti del distacco di Alex dal suo mondo. Una voce che ci sconvolge, dopo aver osservato stralci della vita di Christopher/Alex prima della fuga: una vita “media”, apparentemente felice tra progetti per il futuro e un contesto familiare invidiabile.

In questo lungo viaggio verso una terra estrema, Alex cerca il distacco dalla vita elitaria in cui è stato rinchiuso per ventidue anni. Una fuga, quindi, ma anche un percorso di ricerca di se stesso. Un viaggio che vorrebbe allontanare la società, ma che finisce per essere incontro con molti che sentono il bisogno di stringere legami veri, da cui farsi plasmare.

Tra i molti, una coppia hippie e un anziano artigiano del cuoio, accomunati dal dolore per la perdita di una persona cara. Si faranno guarire dalla presenza di Alex, mentre egli stesso – aiutato dalle storie dei suoi compagni di viaggio – si incammina verso il perdono.

L’Alaska tanto sognata si rivela una terra aspra e piena di prove. Nella solitudine dell’inverno ogni piccolo fallimento si trasforma in una tragedia personale, fino all’arrivo della primavera, che fa rinascere la terra e l’animo di Alex.

Improvvisamente, leggendo Tolstoj, Alex scopre di essere fuggito da quello che era il suo vero posto nel mondo. Ma è ormai intrappolato da quella stessa natura che vedeva come fine ultimo del suo pellegrinare. Nella solitudine e nella prova fisica e psicologica rappresentata da questa situazione, Alex capisce che la verà felicità è tale solo quando è condivisa. Non esiste “vita” se non c’è nessuno a cui donarla.

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