Promossa da Casa della Carità una rete di�dodici abitazioni, quasi tutte a Milano. Qui vivono 59 persone: 22 uomini, 16 donne e 21 minori

Generoso SIMEONE
Redazione

Una rete di appartamenti protetti dove poter abitare prima di trovare un alloggio in completa autonomia. È quanto ha creato la Casa della Carità per aiutare i propri ospiti a reinserirsi nella società. «Le persone o le famiglie che accogliamo – spiega don Massimo Mapelli, responsabile dell’area Ospitalità della Casa della Carità – si trovano in uno stato di grave emarginazione. La nostra sfida è sostenere i loro percorsi di inclusione sociale. Questo vuol dire aiutarli a trovare un lavoro e una casa. Ma per molti di loro non è facile data la situazione di partenza. Per questo vanno fissate delle tappe. E così, come per trovare un’occupazione sono necessari corsi di formazione, borse-lavoro o tirocini, allo stesso modo prima di avere una propria abitazione occorre passare un periodo in questa nostra rete di appartamenti protetti».
Quando l’ospite della Casa della Carità ha trovato un lavoro che gli fornisce un reddito, non è ancora in grado di permettersi un affitto o addirittura un mutuo. Ecco quindi che entra nell’alloggio protetto dove paga un canone di locazione inferiore rispetto ai prezzi di mercato. In questo modo può continuare a risparmiare per poter compiere successivamente il passaggio verso una propria abitazione.
Le persone inserite negli appartamenti continuano a essere seguite dagli operatori della Casa della Carità. «Rimangono a tutti gli effetti nostri ospiti – continua don Mapelli -, anche se non stanno più nella struttura di via Brambilla. Visitiamo le case, verifichiamo che non ci siano problemi con gli altri inquilini e valutiamo insieme quando arriva il momento di uscire». Una rete di appartamenti protetti dove poter abitare prima di trovare un alloggio in completa autonomia. È quanto ha creato la Casa della Carità per aiutare i propri ospiti a reinserirsi nella società. «Le persone o le famiglie che accogliamo – spiega don Massimo Mapelli, responsabile dell’area Ospitalità della Casa della Carità – si trovano in uno stato di grave emarginazione. La nostra sfida è sostenere i loro percorsi di inclusione sociale. Questo vuol dire aiutarli a trovare un lavoro e una casa. Ma per molti di loro non è facile data la situazione di partenza. Per questo vanno fissate delle tappe. E così, come per trovare un’occupazione sono necessari corsi di formazione, borse-lavoro o tirocini, allo stesso modo prima di avere una propria abitazione occorre passare un periodo in questa nostra rete di appartamenti protetti».Quando l’ospite della Casa della Carità ha trovato un lavoro che gli fornisce un reddito, non è ancora in grado di permettersi un affitto o addirittura un mutuo. Ecco quindi che entra nell’alloggio protetto dove paga un canone di locazione inferiore rispetto ai prezzi di mercato. In questo modo può continuare a risparmiare per poter compiere successivamente il passaggio verso una propria abitazione.Le persone inserite negli appartamenti continuano a essere seguite dagli operatori della Casa della Carità. «Rimangono a tutti gli effetti nostri ospiti – continua don Mapelli -, anche se non stanno più nella struttura di via Brambilla. Visitiamo le case, verifichiamo che non ci siano problemi con gli altri inquilini e valutiamo insieme quando arriva il momento di uscire». “Una casa anche per te” Per gestire questa rete di appartamenti la Casa della Carità si avvale della collaborazione dell’associazione “Una casa anche per te”, realtà nata a Paderno Dugnano nel 2000, sempre su impulso di don Mapelli, all’epoca coadiutore dell’oratorio. «Tecnicamente la fondazione Casa della Carità non può essere titolare dei contratti d’affitto – dice don Massimo -. Per questo abbiamo stretto questo rapporto con “Una casa anche per te”, che già faceva questo tipo di lavoro a Paderno. Gli appartamenti li recuperiamo sul mercato privato ed è l’associazione a sottoscrivere i rapporti di locazione e a fare da garante verso i proprietari. Altre case ce le hanno messe a disposizione la Provincia e il Comune».Attualmente la rete di abitazioni è composta da 12 appartamenti, 10 si trovano a Milano, uno a Sesto San Giovanni e uno a Paderno Dugnano. Sette sono stati reperiti da privati, tre dati dal Comune, tra quelli che Palazzo Marino dispone in quanto beni confiscati alla mafia, e due forniti dalla Provincia, tra quelli destinati ad abitazioni per categorie protette. Nelle case ci vivono complessivamente 59 persone, di cui 22 uomini, 16 donne e 21 minori. «Questo tipo di percorso – conclude don Mapelli – è stato molto utile per portare all’autonomia, in particolare, le famiglie rom. Di quelle che avevamo sistemato in queste case adesso una ha avuto l’alloggio popolare, un’altra ha comprato casa accendendo un mutuo e ben tre sono andate in affitto».

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