Il commento del direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo all'operazione di stamane in via Rubattino: «Siamo i primi a sostenere che non è umano vivere nei campi, ma la chiusura deve prevedere soluzioni alternative»

di Mauro COLOMBO
Redazione

«Siamo senza parole, o meglio dovremmo ripetere quanto già detto in molte altre occasioni». Il tono del direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo, nel commentare l’odierno sgombero dei rom di via Rubattino, è tra il rassegnato e il mortificato.
«Premesso che lo sgombero è avvenuto alle porte dell’inverno – sottolinea -, questa modalità di procedere produce conseguenze inevitabili: i bambini che avevano cominciato ad andare a scuola non potranno più farlo; gli adulti certamente non faranno ritorno al loro Paese, ma si limiteranno a spostarsi in altre zone della città o nei dintorni, creando probabilmente disagio ad altre fasce di popolazione; il lavoro svolto in questi mesi da diverse realtà del volontariato e del privato sociale per favorire l’inserimento di queste persone – penso in particolare alla Comunità di Sant’Egidio e ai Padri Somaschi – andrà in fumo».

Proprio da queste realtà è stata denunciata l’assenza di una reale alternativa offerta ai rom…
I primi a sostenere che non è possibile, né umano vivere nei campi – non solo quelli abusivi, ma anche quelli autorizzatissimi – siamo noi. Il campo va superato perché non è concepibile che un segmento di popolazione venga identificato come “quelli che stanno nei campi”, in una logica di “ghettizzazione etnica”. Detto questo, però, la chiusura del campo va inquadrata in una progettazione più ampia, che preveda vie d’uscita e soluzioni alternative. Altrimenti è come lanciare un sasso in un alveare e lasciare che le vespe si disperdano, provocando ancor più danno.

A questo punto c’è la preoccupazione per il diritto allo studio dei bambini, elemento fondamentale del lavoro di integrazione…
Un processo integrativo richiede anni. Se per questi bambini desideriamo realmente un futuro migliore di quello dei loro genitori, la prima cosa che dobbiamo assicurare loro è la stabilità. Operazioni come quella di stamattina vanno nella direzione opposta. «Siamo senza parole, o meglio dovremmo ripetere quanto già detto in molte altre occasioni». Il tono del direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo, nel commentare l’odierno sgombero dei rom di via Rubattino, è tra il rassegnato e il mortificato.«Premesso che lo sgombero è avvenuto alle porte dell’inverno – sottolinea -, questa modalità di procedere produce conseguenze inevitabili: i bambini che avevano cominciato ad andare a scuola non potranno più farlo; gli adulti certamente non faranno ritorno al loro Paese, ma si limiteranno a spostarsi in altre zone della città o nei dintorni, creando probabilmente disagio ad altre fasce di popolazione; il lavoro svolto in questi mesi da diverse realtà del volontariato e del privato sociale per favorire l’inserimento di queste persone – penso in particolare alla Comunità di Sant’Egidio e ai Padri Somaschi – andrà in fumo».Proprio da queste realtà è stata denunciata l’assenza di una reale alternativa offerta ai rom…I primi a sostenere che non è possibile, né umano vivere nei campi – non solo quelli abusivi, ma anche quelli autorizzatissimi – siamo noi. Il campo va superato perché non è concepibile che un segmento di popolazione venga identificato come “quelli che stanno nei campi”, in una logica di “ghettizzazione etnica”. Detto questo, però, la chiusura del campo va inquadrata in una progettazione più ampia, che preveda vie d’uscita e soluzioni alternative. Altrimenti è come lanciare un sasso in un alveare e lasciare che le vespe si disperdano, provocando ancor più danno.A questo punto c’è la preoccupazione per il diritto allo studio dei bambini, elemento fondamentale del lavoro di integrazione…Un processo integrativo richiede anni. Se per questi bambini desideriamo realmente un futuro migliore di quello dei loro genitori, la prima cosa che dobbiamo assicurare loro è la stabilità. Operazioni come quella di stamattina vanno nella direzione opposta. – – Quando la campanella suona anche per i bambini rom

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