Dal 1995 gestisce per conto del Comune cinque strutture che ospitano stabilmente 300 richiedenti asilo politico per i primi 10 mesi di permanenza in Italia.Caritas garantisce loro un percorso di integrazione che parte dall'alfabetizzazione, passa attraverso la burocrazia e approda all'inserimentolavorativo

Filippo MAGNI
Redazione

«I rifugiati sono persone che fuggono dal proprio Paese perchè perseguitate: se vi facessero ritorno, sarebbero uccise». Don Roberto Davanzo conosce bene gli stranieri che chiedono asilo politico: la Caritas ambrosiana lavora con loro, gomito a gomito, dal 1995. Affrontando le emergenze, come sta accadendo in questi giorni a Milano, ma soprattutto condividendo una quotidianità fatta di pratiche burocratiche, corsi di formazione, insegnamento della lingua italiana, inserimento territoriale, riscatto sociale da un passato devastante di morte, guerra e persecuzione. «Caritas – spiega don Davanzo – gestisce in nome e per conto dei Comuni le strutture che nella diocesi ospitano i richiedenti asilo per i primi 10 mesi di permanenza in Italia». «I rifugiati sono persone che fuggono dal proprio Paese perchè perseguitate: se vi facessero ritorno, sarebbero uccise». Don Roberto Davanzo conosce bene gli stranieri che chiedono asilo politico: la Caritas ambrosiana lavora con loro, gomito a gomito, dal 1995. Affrontando le emergenze, come sta accadendo in questi giorni a Milano, ma soprattutto condividendo una quotidianità fatta di pratiche burocratiche, corsi di formazione, insegnamento della lingua italiana, inserimento territoriale, riscatto sociale da un passato devastante di morte, guerra e persecuzione. «Caritas – spiega don Davanzo – gestisce in nome e per conto dei Comuni le strutture che nella diocesi ospitano i richiedenti asilo per i primi 10 mesi di permanenza in Italia». Cinque i centri nella metropoli milanese A Milano i centri sono 5 e dispongono di 300 posti, tutti sempre occupati. La procedura, in estrema sintesi, è questa: gli stranieri (quasi tutti provenienti dal Corno d’Africa, tra i 25 e i 30 anni, pochi altri da Afghanistan e Iran) entrano nei confini nazionali e presentano la richiesta che, se accolta, conferisce loro lo status di rifugiati politici. La prefettura li affida al Comune, che li avvia ad un percorso di “ambientamento” in Italia, curato a Milano da Caritas Ambrosiana. «Il nostro scopo – aggiunge don Davanzo – è far sì che i rifugiati si possano trovare più a loro agio possibile. Innanzitutto aiutandoli a espletare le pratiche burocratiche che devono presentare per definire la loro posizione o per chiedere il tesserino sanitario, il codice fiscale, eccetera». L’accompagnamento è anche di tipo formativo, aggiunge: «Ci impegniamo nella loro alfabetizzazione e nell’orientamento, nella formazione e nella ricerca lavorativa. In prospettiva della loro uscita dai centri, infine, cerchiamo di aiutarli nella ricerca di un alloggio». Trovare casa, uno scoglio insormontabile per i più deboli Ed è qui che sorgono i problemi più complessi: «Bene o male – spiega il direttore della caritas Ambrosiana – riusciamo sempre a trovare un’occupazione per ogni richiedente asilo, ma la casa è uno scoglio insormontabile. Basta guardare il mercato immobiliare milanese per comprendere quanto sia inaccessibile per le fasce più deboli…». Qualche rifugiato trova un supporto nelle Caritas parrocchiali, che grazie alla forza del volontariato locale riescono a mettere a disposizione alcuni spazi abitativi. I più si rivolgono a parenti, concittadini o, al limite della disperazione, occupano stabili disabitati. «Molti di loro rifiutano i dormitori proposti dal Comune – spiega don Davanzo – perché attraverso quelle strutture (i dormitori, i centri di residenza temporanei) ci sono già passati prima che le loro domande fossero accolte. È facile comprendere che dormire coi senzatetto è una situazione mortificante per chi, ottenendo lo status di rifugiato, ha esattamente gli stessi diritti di ogni altro cittadino italiano».

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