Mons. Franco Giulio Brambilla ha celebrato ieri pomeriggio in Duomo le esequie della grande artista milanese, creativa e appassionata,�ricordandola anche come donna e madre.

di Stefania CECCHETTI
Redazione

C’era innanzi tutto la Milano della gente normale, la “sua” Milano, a dare l’ultimo saluto alla poetessa Alda Merini, ieri pomeriggio in Duomo. E poi, ovviamente, le autorità e le celebrità: dal sindaco Moratti alla cantante Milva, dal ministro Gelmini a Umbreto Bossi, arrivato un po’ a sorpresa a cerimonia iniziata.
Funerali di Stato, funerali solenni. E la sepoltura tra i grandi nel Famedio del Cimitero monumentale. Chissà cosa direbbe di tanti onori, se fosse ancora in vita. Sicuramente si schernirebbe, lei che del Nobel sfiorato diceva «la gloria passa, oggi c’è, domani non c’è più».
A celebrare le esequie, il vescovo monsignor Franco Giulio Brambilla, Vicario episcopale per la cultura della diocesi ambrosiana, che ha aperto l’omelia con un ricordo personalissimo: «”Ospite del mio dolore”, così la cara Alda Merini mi ha dedicato la sua ultima raccolta di poesie “Mistica d’amore”. Ero andato a trovarla lungo il Naviglio portato da un buon amico, a casa sua, in quel guazzabuglio di cose in cui il suo cuore trovava la dimensione domestica».
In quella dedica monsignor Brambilla ravvisa una prima chiave di lettura per interpretare la parabola umana e poetica di Alda Merini, segnata da quella che la stessa poetessa definiva la “discesa agli inferi” della malattia psichiatrica: «Per questo Alda Merini chiedeva ad altri ospitalità. E una volta uscita a riveder le stelle, la sua espressione poetica è come esplosa in un canto interminabile o, come è stato detto, in una vera “tempesta creativa” che attraversa gli anni Ottanta e Novanta».
L’altro spunto forte per raccontare Alda Merini viene a monsignor Brambilla dalle letture della messa. La prima è presa dal Cantico dei Cantici (3,1-5) ed è la lunga ricerca notturna dell’amato per le strade della città. Ha sottolineato mons. Brambilla: «”L’ho cercato e non l’ho trovato”, questa è la ferita che il poeta si porta dentro, nello scarto incolmabile tra ricerca inesausta e impossibile possesso». Ma forse, ha aggiunto mons. Brambilla «è anche la stessa ferita della fede».
Il brano del Vangelo di Luca (12,22-32) proclamato durante le esequie aiuta monsignor Brambilla a descrivere l’Alda Merini poetessa: «Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre� Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro». Ha sottolineato mons. Brambilla: «La condivisione dello sguardo di Gesù sul mondo è ciò di cui si nutre il poeta. Alda Merini ne era lucidamente consapevole». Non solo in quanto poetessa, ma anche come donna: «Una madre, che nutre e veste i suoi figli, sa che la vita vale più del corpo e del vestito», ha concluso monsignor Brambilla.
L’affetto per la defunta, palpabile tra le file dei numerosi presenti, tangibile nelle parole dell’officiante, è culminato nella proposta finale di uno stralcio del “Poema della croce”, opera della Merini musicata dal maestro Giovanni Nuti e rappresentata nel 2006 proprio in Duomo. E’ stato lo stesso musicista a recitar cantando alcuni di quei versi, alla fine della cerimonia, in un ultimo toccante ciao alla poetessa dei milanesi. C’era innanzi tutto la Milano della gente normale, la “sua” Milano, a dare l’ultimo saluto alla poetessa Alda Merini, ieri pomeriggio in Duomo. E poi, ovviamente, le autorità e le celebrità: dal sindaco Moratti alla cantante Milva, dal ministro Gelmini a Umbreto Bossi, arrivato un po’ a sorpresa a cerimonia iniziata.Funerali di Stato, funerali solenni. E la sepoltura tra i grandi nel Famedio del Cimitero monumentale. Chissà cosa direbbe di tanti onori, se fosse ancora in vita. Sicuramente si schernirebbe, lei che del Nobel sfiorato diceva «la gloria passa, oggi c’è, domani non c’è più».A celebrare le esequie, il vescovo monsignor Franco Giulio Brambilla, Vicario episcopale per la cultura della diocesi ambrosiana, che ha aperto l’omelia con un ricordo personalissimo: «”Ospite del mio dolore”, così la cara Alda Merini mi ha dedicato la sua ultima raccolta di poesie “Mistica d’amore”. Ero andato a trovarla lungo il Naviglio portato da un buon amico, a casa sua, in quel guazzabuglio di cose in cui il suo cuore trovava la dimensione domestica».In quella dedica monsignor Brambilla ravvisa una prima chiave di lettura per interpretare la parabola umana e poetica di Alda Merini, segnata da quella che la stessa poetessa definiva la “discesa agli inferi” della malattia psichiatrica: «Per questo Alda Merini chiedeva ad altri ospitalità. E una volta uscita a riveder le stelle, la sua espressione poetica è come esplosa in un canto interminabile o, come è stato detto, in una vera “tempesta creativa” che attraversa gli anni Ottanta e Novanta».L’altro spunto forte per raccontare Alda Merini viene a monsignor Brambilla dalle letture della messa. La prima è presa dal Cantico dei Cantici (3,1-5) ed è la lunga ricerca notturna dell’amato per le strade della città. Ha sottolineato mons. Brambilla: «”L’ho cercato e non l’ho trovato”, questa è la ferita che il poeta si porta dentro, nello scarto incolmabile tra ricerca inesausta e impossibile possesso». Ma forse, ha aggiunto mons. Brambilla «è anche la stessa ferita della fede».Il brano del Vangelo di Luca (12,22-32) proclamato durante le esequie aiuta monsignor Brambilla a descrivere l’Alda Merini poetessa: «Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre� Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro». Ha sottolineato mons. Brambilla: «La condivisione dello sguardo di Gesù sul mondo è ciò di cui si nutre il poeta. Alda Merini ne era lucidamente consapevole». Non solo in quanto poetessa, ma anche come donna: «Una madre, che nutre e veste i suoi figli, sa che la vita vale più del corpo e del vestito», ha concluso monsignor Brambilla.L’affetto per la defunta, palpabile tra le file dei numerosi presenti, tangibile nelle parole dell’officiante, è culminato nella proposta finale di uno stralcio del “Poema della croce”, opera della Merini musicata dal maestro Giovanni Nuti e rappresentata nel 2006 proprio in Duomo. E’ stato lo stesso musicista a recitar cantando alcuni di quei versi, alla fine della cerimonia, in un ultimo toccante ciao alla poetessa dei milanesi.

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