I milanesi preferiscono comprare bene, anche spendendo di più: in base a una ricerca curata dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza,�6 su�10 non comprano capi d'abbigliamento cinese

di Cristina CONTI
Redazione

Abbigliamento cinese, no grazie. Anche se costa meno. Nonostante la crisi i milanesi non cedono alla tentazione del made in China e preferiscono comprare bene, anche spendendo un po’ di più. È il dato che emerge da una ricerca realizzata dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza attraverso DigiCamere, su 600 cittadini dei Comuni di Milano, Roma, Napoli e Monza.
Il 62% degli intervistati nel capoluogo lombardo non compra capi cinesi e cerca alternative, contro il 53% di Roma e il 50,3% di Monza. «La moda e il design sono componenti essenziali per la nostra economia, ma ancor più espressioni culturali che hanno fatto il made in Italy – dichiara Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di commercio di Monza e Brianza -. Sono simboli portatori di significato per la nostra società, e sono convinto che finché le nostre creazioni continueranno a essere impregnate di cultura potranno essere di qualità e riconosciute nel mondo. E per valorizzare ancor più la moda italiana credo che sia necessaria un’etichetta intelligente, garanzia di trasparenza e tracciabilità del prodotto dal tessuto grezzo alla lavorazione finale».
Capitale della moda e anche del ben vestire, Milano si conferma la città in cui si fa più attenzione alla firma dello stilista, soprattutto tra le donne. Il 31,3% dei milanesi ha l’abitudine di osservare se le persone indossano capi firmati. Un’abitudine meno diffusa a Monza (21,2%), più a Napoli (40,4%) e Roma (38%). E gli uomini hanno una propensione simile alle donne: il 29,8% dei milanesi nota il capo firmato contro il 32% delle milanesi. Il divario è più accentuato a Napoli, dove quasi la metà delle donne (44,9%) dichiara di prestare attenzione alle firme contro il 32,1% degli uomini.
Sta crescendo, intanto, il numero degli “ambulanti” della moda: le imprese attive nel commercio itinerante di prodotti tessili, abbigliamento, calzature e pelletterie in Italia sono oltre 40 mila e hanno avuto un aumento del 7,6% solo negli ultimi otto mesi. Una tendenza che vede ai primi posti soprattutto gli stranieri: tra gli ambulanti tessili che hanno aperto un’impresa individuale nei primi mesi dell’anno, infatti, più di 2.200 sono di origine extracomunitaria. Abbigliamento cinese, no grazie. Anche se costa meno. Nonostante la crisi i milanesi non cedono alla tentazione del made in China e preferiscono comprare bene, anche spendendo un po’ di più. È il dato che emerge da una ricerca realizzata dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza attraverso DigiCamere, su 600 cittadini dei Comuni di Milano, Roma, Napoli e Monza.Il 62% degli intervistati nel capoluogo lombardo non compra capi cinesi e cerca alternative, contro il 53% di Roma e il 50,3% di Monza. «La moda e il design sono componenti essenziali per la nostra economia, ma ancor più espressioni culturali che hanno fatto il made in Italy – dichiara Carlo Edoardo Valli, presidente della Camera di commercio di Monza e Brianza -. Sono simboli portatori di significato per la nostra società, e sono convinto che finché le nostre creazioni continueranno a essere impregnate di cultura potranno essere di qualità e riconosciute nel mondo. E per valorizzare ancor più la moda italiana credo che sia necessaria un’etichetta intelligente, garanzia di trasparenza e tracciabilità del prodotto dal tessuto grezzo alla lavorazione finale».Capitale della moda e anche del ben vestire, Milano si conferma la città in cui si fa più attenzione alla firma dello stilista, soprattutto tra le donne. Il 31,3% dei milanesi ha l’abitudine di osservare se le persone indossano capi firmati. Un’abitudine meno diffusa a Monza (21,2%), più a Napoli (40,4%) e Roma (38%). E gli uomini hanno una propensione simile alle donne: il 29,8% dei milanesi nota il capo firmato contro il 32% delle milanesi. Il divario è più accentuato a Napoli, dove quasi la metà delle donne (44,9%) dichiara di prestare attenzione alle firme contro il 32,1% degli uomini.Sta crescendo, intanto, il numero degli “ambulanti” della moda: le imprese attive nel commercio itinerante di prodotti tessili, abbigliamento, calzature e pelletterie in Italia sono oltre 40 mila e hanno avuto un aumento del 7,6% solo negli ultimi otto mesi. Una tendenza che vede ai primi posti soprattutto gli stranieri: tra gli ambulanti tessili che hanno aperto un’impresa individuale nei primi mesi dell’anno, infatti, più di 2.200 sono di origine extracomunitaria.

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