Nel penitenziario alle porte di Milano, un padiglione nuovo da 350 posti�potrebbe accogliere almeno parte dei detenuti che affollano San Vittore, ma mancano gli agenti -

Cristina CONTI
Redazione

Un padiglione nuovo, con 350 posti e due sezioni da tre piani ciascuna. Ma completamente abbandonato. È paradossale la situazione che si è creata al carcere di Bollate, dove potrebbero essere accolti parte dei detenuti che affollano San Vittore ma rimangono vuoti perché mancano gli agenti. Un investimento di 10 milioni di euro, creato per ospitare collaboratori di giustizia, ma anche stupratori e pedofili: detenuti, insomma, da tenere isolati. I nuovi sorveglianti sono stati richiesti più volte e non sono mai arrivati. Anzi, addirittura, si teme anche per i padiglioni già attivi. «Molte guardie vengono destinate ad altri istituti a causa del sovraffollamento delle carceri. Altri preferiscono tornare al Sud, da cui sono venuti», commenta Leo Beneducci, a capo del sindacato Osapp.
I detenuti milanesi stanno davvero stretti. A San Vittore la capienza media in questi ultimi mesi è stata di 1450, a causa di due reparti chiusi per lavori. E per ristrutturarli ci vorrà ancora tantissimo tempo, perché il governo non ha ancora stanziato i fondi. Ammassati, senza spazio per muoversi. Dopo il rapporto choc dell’inizio dell’anno realizzato dalla Asl su alcuni reparti delle carceri di Milano e di Monza, la situazione non è cambiata. Anzi. E’ aumentato il numero di quanti sono costretti a condividere questi disagi. «’aumento progressivo del tasso di crescita carcerario è dovuto soprattutto all’effetto di due leggi, la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Cirielli sulla recidiva, che porta in Italia a incarcerare detenuti in attesa di giudizio in modo più che doppio rispetto alla media Ue», spiega Patrizio Gonnella di Antigone onlus.
Intanto il Governo ha annunciato la possibilità di combattere il sovraffollamento con “carceri galleggianti”, che dovrebbero sorgere al largo delle città portuali. Ma spostare il problema non è certo una soluzione. «Bisogna far capire all’opinione pubblica che lavorare per il carcere e lavorare per il recupero di chi ha infranto la legge significa anche fare prevenzione. È dimostrato da ricerche recenti che se si lavora sulla prevenzione si diminuisce la recidiva dei reati e aumentano i livelli di consenso sulle norme all’interno della stessa società», spiega il professor Luciano Eusebi, membro della Commissione di riforma del Codice penale istituita nel 2006 e ordinario di Diritto penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza. Un padiglione nuovo, con 350 posti e due sezioni da tre piani ciascuna. Ma completamente abbandonato. È paradossale la situazione che si è creata al carcere di Bollate, dove potrebbero essere accolti parte dei detenuti che affollano San Vittore ma rimangono vuoti perché mancano gli agenti. Un investimento di 10 milioni di euro, creato per ospitare collaboratori di giustizia, ma anche stupratori e pedofili: detenuti, insomma, da tenere isolati. I nuovi sorveglianti sono stati richiesti più volte e non sono mai arrivati. Anzi, addirittura, si teme anche per i padiglioni già attivi. «Molte guardie vengono destinate ad altri istituti a causa del sovraffollamento delle carceri. Altri preferiscono tornare al Sud, da cui sono venuti», commenta Leo Beneducci, a capo del sindacato Osapp. I detenuti milanesi stanno davvero stretti. A San Vittore la capienza media in questi ultimi mesi è stata di 1450, a causa di due reparti chiusi per lavori. E per ristrutturarli ci vorrà ancora tantissimo tempo, perché il governo non ha ancora stanziato i fondi. Ammassati, senza spazio per muoversi. Dopo il rapporto choc dell’inizio dell’anno realizzato dalla Asl su alcuni reparti delle carceri di Milano e di Monza, la situazione non è cambiata. Anzi. E’ aumentato il numero di quanti sono costretti a condividere questi disagi. «’aumento progressivo del tasso di crescita carcerario è dovuto soprattutto all’effetto di due leggi, la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Cirielli sulla recidiva, che porta in Italia a incarcerare detenuti in attesa di giudizio in modo più che doppio rispetto alla media Ue», spiega Patrizio Gonnella di Antigone onlus. Intanto il Governo ha annunciato la possibilità di combattere il sovraffollamento con “carceri galleggianti”, che dovrebbero sorgere al largo delle città portuali. Ma spostare il problema non è certo una soluzione. «Bisogna far capire all’opinione pubblica che lavorare per il carcere e lavorare per il recupero di chi ha infranto la legge significa anche fare prevenzione. È dimostrato da ricerche recenti che se si lavora sulla prevenzione si diminuisce la recidiva dei reati e aumentano i livelli di consenso sulle norme all’interno della stessa società», spiega il professor Luciano Eusebi, membro della Commissione di riforma del Codice penale istituita nel 2006 e ordinario di Diritto penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza.

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