Nella Zona di Lecco sono 75 i sacerdoti che hanno superato i 75 anni. Anche nel volontariato, spiega il vicario episcopale don Molinari, è indispensabile l'impegno dei "vecchi"


Redazione

30/04/2008

di Marcello VILLANI

Don Bruno Molinari, 58 anni, è vicario episcopale della Zona Pastorale III dall’1 gennaio 2006. Viene da Bovisio Masciago (Mi), dov’era parroco, e conosce bene le problematiche relative all’essere anziano, vicino com’era alla grande metropoli.

Nella sua zona, quella lecchese, i problemi non mancano, a partire dal clero, che è sempre più su con gli anni: ben 75 sacerdoti nel lecchese hanno superato i 75 anni, l’età della «pensione». Due, addirittura, padre Enrico Talamona residente al Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (ma che fino a poco tempo fa confessava ancora), e don Simeone Andreotti, residente nella parrocchia di Maggianico, hanno passato le 96 primavere.

Ma la maggior parte di questi preti anziani è attivo, pur non avendo più responsabilità dirette, su un totale di 270 preti che prestano il loro servizio nella Zona III. Molinari invita a riflettere sulla Bibbia: «Signore, insegnami a contare i miei giorni e giungerò alla sapienza del cuore» (salmo 90,12). «Diventare anziani significa saper accettare serenamente la dimensione della vecchiaia non come la via del tramonto, ma come l’autunno ricco ancora di frutti e di gioie».

Ciò non toglie che ci siano dei problemi: «I preti – spiega Molinari – vivono, come tutti gli altri anziani di questa che chiamerei più "insignificanza" che emarginazione. Che significato ha la mia vita? Serve ancora? Siamo in una società, in una cultura, in cui l’anziano è sempre più visto come un problema: per la pensione, per l’assistenza sanitaria. Sono persone lette sotto la lente dell’economia avendo la società perso il senso di onore, di considerazione, di rispetto per gli anziani».

Un problema sociale, dunque, ma anche familiare: «La stessa conformazione della famiglia tende ad escludere l’anziano. Anche quando è tradizionale: ci sono mamma, papà, i figli, ma per gli anziani non c’è posto. Dentro questo sistema l’anziano non può che sentirsi come un fastidio».

Molinari, però, rifiuta il teorema «anziano uguale problema». «Hanno sempre qualcosa da insegnarci. A partire dal servizio sapiente che un anziano può fare per la famiglia, per la comunità civile o religiosa, per le associazione di volontariato. L’anziano ha tempo e risorse da spendere nella convivenza civile e religiosa. Ecco perché il nostro arcivescovo nel percorso pastorale di quest’anno e dell’anno precedente, ha citato molte volte la parola "nonni". Quale grande valenza nell’ambito educativo possono avere gli anziani? Io giro molto oratori, parrocchie e vedo dappertutto una bella fetta di lavoro svolta dai nostri "vecchi"».

La situazione della Zona Pastorale III, fortunatamente, è sotto controllo: «Da noi, fortunatamente, la cultura dell’anziano resiste. Nella nostra zona pastorale gli anziani si riciclano molto bene nel servizio alla comunità. È questa una delle vie migliori per evitare l’emarginazione».

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