Nel centro città ricordato il Generale e Prefetto di Palermo trucidato con la moglie e l’agente di scorta 36 anni fa. Delpini: «Sul suo esempio coltiviamo la speranza»

di Annamaria Braccini

COMMEMORAZIONE DALLA CHIESA (L)

Il bene che vince sempre il male, se costruiamo insieme una società migliore. Quella che nasce dalla speranza condivisa, dalla responsabilità comune. Dal non distruggere le Istituzioni, dall’intendersi senza parlare la lingua dell’insulto e del disprezzo. Altrimenti, davvero, muore la speranza degli italiani onesti e non solo di palermitani, come un anonimo scrisse su un biglietto lasciato in via Carini, nel capoluogo siciliano, dove erano stati trucidati, la sera del 3 settembre di 36 anni fa, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

E se dopo oltre tre decenni ancora tanta gente si riunisce a Milano, a sera, con voci giovani, testimonianze e l’Arcivescovo di Milano, che conclude la commemorazione promossa dall’Associazione “Libera” in piazza Diaz, tra le guglie del Duomo e il monumento ai Carabinieri, davanti alla targa dedicata al prefetto di Palermo ucciso, una ragione c’è. Perché, come dice Lorenzo Frigerio di “Libera”, che conduce la cerimonia volutamente semplice e spontanea, «vogliamo quest’anno parlare di speranza. Speranza di un domani differente, ciascuno con un ruolo e un peso specifico diverso» (nel 2016, in un analogo momento di ricordo, il tema conduttore era stato l’eredità del Generale).

I ragazzi di “Unilibera”- il presidio formato da un gruppo di universitari di Milano che aderiscono all’Associazione – suonano e leggono brani di pensieri, lettere, messaggi. Il tenente colonnello Paolo Abrate, comandante per Milano dell’Arma, dice: il modo di «strutturare di dalla Chiesa, la sua radice, il suo pensiero proseguono fino a oggi. Continuiamo ad avvalerci del suo modo di leggere la realtà: per diffondere la legalità bisogna iniziare dalle scuole e noi seguitiamo in questo suo insegnamento».

Alla manifestazione non manca Emilia, moglie di Nando dalla Chiesa che, da Palermo, scrive: «Il 3 settembre è data che parla. Da tempo chiedo che non ci siano più commemorazioni senza memoria. Alla gratitudine dei sentimenti si accompagni, sempre di più, quella dei valori».

Poi, è la volta del magistrato Armando Spataro che conobbe dalla Chiesa nel 1978 ai tempi della comune lotta al terrorismo e che oggi è procuratore capo a Torino

«La sua capacità di analisi è ancora unica. Aveva cura e attenzione ai collaboratori: un uomo al quale dobbiamo tanto. È morto da Prefetto a Palermo lanciando – e fu il primo a farlo – un messaggio alla società civile sulla mafia. Non si atteggiò mai a eroe dell’antimafia».

E arriva, così, l’affondo sull’attualità: «Nessuno ormai nega la presenza della mafia anche al nord, di questo non mi preoccupo, ma bisogna rispondere con razionalità». Chiare «le criticità anche nella magistratura». «Sbagliano quei magistrati che si presentano come i moralizzatori della società o scrittori della storia. Questo riguarda anche parte del ceto politico che coltiva il mal di pancia collettivo. Sovrapporre ogni corruzione alla mafia è sbagliato e far credere che tutto è mafia fa un favore alla mafia stessa. C’è poi la retorica e l’errore del mondo dell’informazione. Anche nella società civile vedo enfasi retoriche, una spinta a generalizzare. L’antimafia non è cosa da singoli o solo di un pool di eroi. A Milano la mafia è arrivata nel 1951 e negli anni è mutata. Oggi è una realtà extranazionale. Vi sono, forse, meno omicidi, ma più ingerenza economica. Ognuno, nel suo campo, deve sapere e impegnarsi: da chi fa le indagini ai magistrati, dai giornalisti alla società civile». Il riferimento è a Falcone e Borsellino: «Non sono eroi perché sono morti, anche se il dolore rimane. Sono eroi perché hanno voluto capire e conoscere con ostinazione. Li accomuno a dalla Chiesa».

Finisce tra gli applausi della gente, Spataro: «Basta con le bugie anche sugli immigrati, che la mafia gestisca anche tutto questo. Onore al Generale».

I figli di Paolo Setti Carraro, fratello di Emanuela, leggono il messaggio del padre e ritornano le emozionanti (come sempre), profetiche parole dell’omelia del cardinale Martini, pronunciata in Santa Maria alle Grazie il 5 settembre del 1982. La scelta, allora come oggi, era, per Martini, tra la speranza o la disperazione.

L’intervento dell’Arcivescovo

Da qui parte l’intervento dell’Arcivescovo: «Sono onorato e sento le mie parole inadeguate, ma il mio contributo alla speranza è un modo di guardare la vita. Non è un calcolo, non una proiezione o un’aspettativa. È credere alla promessa che c’è un futuro diverso per l’umanità». Speranza che può diventare storia se condivisa, coltivata insieme. «Si può affrontare il male solo se ci incontriamo», scandisce Delpini.

Ma dove, in quali luoghi? In quelli nei quali dalla Chiesa è stato maestro. «Anzitutto, nello Stato che deve custodire la convivenza di tutti». Lo Stato che, per i terroristi, era il nemico. «È una forma di desiderio di barbarie quella di chi vuole decostruire, deridere, spezzare l’elemento istituzionale dell’incontro. Dobbiamo recuperare fiducia nelle Istituzioni». E un secondo “luogo”, in questi momenti forse il più urgente: «Dobbiamo imparare a intenderci, Quando le parole diventano insulti, disprezzo e un modo per separarci, la società si frantuma. Occorre intenderci con il ragionamento pacato e lucido di cui dalla Chiesa era maestro». Inoltre, la responsabilità «per una storia di cui sentirsi protagonisti e non spettatori che avanzano solo le proprie richieste».

Infine, il messaggio scandito con la voce che incide in un silenzio quasi irreale nel centro di Milano. Quello della vera speranza, «se rimane invincibile in noi la persuasione che il bene è più forte del male, che può vincere se lo cerchiamo insieme. Noi crediamo in questo, soffriamo e accettiamo anche sconfitte per questo. Il bene ha una radice che trova la sua origine in Dio che è al di sopra di ogni precarietà della storia».

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