Nell’anniversario della deportazione ad Auschwitz la senatrice a vita ha portato la sua testimonianza al tradizionale incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio al Binario 21

di Stefania CECCHETTI

Liliana Segre
L'intervento di Liliana Segre

L’orrore potrebbe ripetersi. Il buio, che sembrava vinto per sempre, potrebbe soffocare di nuovo la luce. È questa la preoccupazione, il filo rosso sottile e inquieto, che ha legato gli interventi, tutti intensi ed emozionanti, dei partecipanti alla serata di memoria nell’anniversario della deportazione dalla Stazione Centrale di Milano, promossa da più di vent’anni dalla Comunità di Sant’Egidio, svoltasi al Binario 21 mercoledì 30 gennaio.

Che il buio non fosse in realtà mai stato sconfitto è stato chiaro fin dall’inizio, secondo rav. Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano: «Dopo la fine della guerra abbiamo creduto che l’incubo dell’antisemitismo fosse finito. Ma nel luglio 1946, a solo un anno dalla fine del conflitto, nella città polacca di Kielce, un podgrom uccise 40 ebrei polacchi e ne ferì 80». E infatti l’incubo è più vivo che mai oggi, secondo Arbib, che si chiede perché nel 2019 un senatore della Repubblica abbia sentito l’esigenza di riesumare il protocollo dei savi di Sion, un falso documentale creato dalla polizia segreta zarista. «Ma dobbiamo chiederci anche perché la polizia zarista senti la necessità di crearlo allora… – aggiunge -. Bisogna cercare di capire non solo la Shoah, ma quello che l’ha preceduta e quello che è venuto dopo, altrimenti non potremo capire nemmeno la rinascita dell’antisemitismo a cui stiamo assistendo».

Anche don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana, ha parlato di memoria storica, ricordando il documento conciliare Nostra Aetate, che ha aiutato i cristiani a riconoscere le storture e gli errori che hanno generato l’antigiudaismo, che poi è diventato antisemitismo. «Come prete – sottolinea – mi impegno perché le catechiste della mia parrocchia insegnino ai bambini a riconoscere i pregiudizi, perché altrimenti i drammi ritornano. Noi cristiani dobbiamo imparare a essere amici degli ebrei, solo da qui potrà nascere una civiltà nuova».

Una civiltà sempre illuminata dalla fiammella fioca della memoria, che persone come Liliana Segre tengono tenacemente accesa con le loro testimonianze. La protagonista della serata sale sul palco lentamente e aiutata, come naturale, data la sua età. Ma la sua voce ha la sincerità e la freschezza di una ragazzina, mentre racconta con semplicità disarmante il suo personale calvario: l’allontanamento dalla scuola a otto anni, senza nessuna colpa, «ma per il solo fatto di esser nata» e nell’indifferenza generale, quell’indifferenza che Liliana ha voluto fosse scolpita all’ingresso del Memoriale della Shoah; la fuga fallita verso la Svizzera («sono stata anch’io profuga e richiedente asilo», racconta); la detenzione a San Vittore, con l’incubo della partenza per «ignota destinazione»; il dramma del campo di concentramento di Auschwitz, «dove vivi la vergogna di vedere che un altro essere umano compie il male lucidamente, senza esser pazzo, dove ti riduci uno strazio, ma sei ancora viva»; la liberazione da parte dei russi e la marcia verso la libertà, «un passo davanti all’altro, in mezzo ai cadaveri e alla neve insanguinata, come una lupa affamata»; l’impossibilità, per molto tempo, di tornare a una vita normale di ragazza: «Le amiche, quelle vecchie e soprattutto quelle nuove, mi invitavano alle feste, ma io non potevo rimanere lì a ballare, come le altre. Ero grassa e brutta, selvaggia, diversa da tutte. Non ero più la ragazza educata che era cresciuta con tutto, amore, felicità, ricchezza».

Eppure la senatrice a vita – che esibisce con orgoglio il disegno di legge da lei presentato contro l’hate speech, l’incitamento all’odio tramite social, e che ricorda instancabilmente il dovere della pietà -, parla sempre e ancora di speranza. Quella che legge negli occhi dei bambini nelle scuole, ai quali parla da 30 anni, senza mai usare le parole odio o vendetta: «Guardo gli occhi di questi miei nipoti ideali – dice – e ce n’è sempre uno che ha una luce speciale, è il bambino che si ricorderà di quello che gli racconto. È la luce di quegli occhi che forerà il buio che mi aveva invaso, è quella luce che deve sempre vincere».

 

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